Chiara Di Clemente Sono fuori di testa, ma diversi da loro. Diversi dagli standard di noi vecchi boomer secondo i quali i rocker – per essere tali – devono mostrarsi ribelli iconoclasti puri e duri drogati e tormentati, giammai mettere il sacro piede indipendente in un talent show o a Sanremo, giammai avere successo...

Chiara

Di Clemente

Sono fuori di testa, ma diversi da loro. Diversi dagli standard di noi vecchi boomer secondo i quali i rocker – per essere tali – devono mostrarsi ribelli iconoclasti puri e duri drogati e tormentati, giammai mettere il sacro piede indipendente in un talent show o a Sanremo, giammai avere successo pop. Il tutto, a sublimare la nostra generazionale incapacità di distruggere (o aver incrinato) il sistema. Giovanissimi i Maneskin stanno percorrendo un’altra strada: lo spirito del rock con i quattro belloni romani si manifesta libero e nuovo decisamente all’interno del sistema, che dopo si ritrova cambiato. A Sanremo i maschi Maneskin si baciano sul palco, la bassista leadereggia alla pari col cantante che è macho ma truccatissimo, le schitarrate metal spazzano via tutti i luoghi e tutti laghi: risultato, il Festival non potrà più essere lo stesso. Il loro rock non è trasgessione alcolicooppiacea esibita, anzi i Maneskin come molti loro coetanei pare rivendichino il diritto di essere lucidi ed educati, pronti senza infingimenti a qualche compromesso per il successo. Per loro il messaggio per cui vale lottare è portare in scena la normalità – e la potenza – della sessualità che infrange barriere e pregiudizi e sposa trionfalmente la parità e la fluidità di genere. Un messaggio così forte e attuale che ha consegnato i Maneskin – unici italiani da secoli – pure in cima alle classifiche dell’inarrivabile mercato anglofono. Fossero stati una squadra di calcio, gli avremmo già fatto un monumento. Anche se i Maneskin, zitti e buoni, in campo di certo si sarebbero inginocchiati.