Roma, 9 agosto 2018 - Con quella chioma ossigenata, era difficile non notare Yemaneberhan Crippa, martedì sera, nel plotone di testa della finale dei diecimila agli Europei di atletica a Berlino. È stato ancor più naturale seguire la sua canotta azzurra, quando nella volata finale a cinque ha rotto gli indugi e conquistato una sofferta quanto preziosa medaglia di bronzo. La nuova Italia che avanza ha la faccia di questo ragazzo nato in Etiopia, nella terra sacra del fondismo internazionale, ma che atleta è diventato tra i monti del Trentino, dove è stato adottato da genitori speciali assieme a fratelli e cugini rimasti orfani. Un’integrazione perfetta nella quale Yeman – come lo chiamano tutti – ha messo a frutto il suo talento, seguendo le orme del fratello Nekagenet, per tutti Neka, due anni più ‘vecchio’ e altra promessa del fondo azzurro (ora in ripresa dopo gli infortuni). Non è finita. Sabato Yema sarà in pista anche nei cinquemila metri, deciso a togliersi un altro sfizio, adesso che si è sbloccato sulle ali di un talento ben coltivato. Ma la sua storia sportiva (appena agli inizi) nasconde anche un’adesione forte e convinta alle responsabilità della vita. Una storia di coraggio. E di fiducia. Trasmessa di padre in figlio. 

di GIOVANNI ROSSI

«Anche Yeman ha trovato la sua pista». Roberto Crippa, 51 anni, non sta più nella pelle. Yeman Crippa, 22 anni a ottobre, medaglia di bronzo nei diecimila agli Europei di Berlino, è uno dei suoi otto figli. Tutti adottati in Etiopia tra il 2003 e il 2008: uno straordinario gruppo di fratelli e cugini rimasti orfani (sull’altopiano a 300 km da Addis Abeba) e poi sbocciati tra le montagne del Trentino, dove Roberto e sua moglie Luisa si erano trasferiti da Milano per vivere meglio il loro sogno. Una famiglia da record, sopravvissuta con forza ed entusiasmo anche alla dolorosa separazione della coppia, nel 2015. 

Pelle d’oca?
«Ancora non ci credo – dice papà Roberto, l’unico a vedere dal vivo la volata –. Emozione provata da tutti i Crippa, ovviamente».

Ricapitoliamo? 
«Mekdes, femmina, ha 19 anni, fa la commessa e abita a Trento; Mulu, femmina, 20 anni, è cameriera e anche lei abita in provincia di Trento; Gadissa, 21 anni, maschio, fa il cameriere stagionale in provincia di Trento; Yeman, 21 anni – quasi 22 – è poliziotto nelle Fiamme Oro e con la medaglia al collo adesso se lo coccolano tutti; Asna, 23 anni, femmina, è parrucchiera a Milano; Neka, 24 anni, maschio, fa il cameriere a Trieste ed è l’altro atleta di casa: nel 2013 ha vinto il Mondiale juniores di corsa in montagna, poi si è infortunato e ora sta cercando di risalire con due sessioni di allenamento quotidiane; Elsabet, 27 anni, femmina, è rientrata in Etiopia e lavora nella cooperazioone; Kelemu, 28 anni, maschio, fa l’operaio a Tione, in provincia di Trento». 

Tutti fuori di casa?
«La soddisfazione più grande. In 15 anni questi ragazzi sono stati cresciuti, educati, amati. E ora spediti a vivere da soli. Sembra un miracolo, invece si può».

Nell’Italia dei giovani senza speranza?
«Se ci si impegna, i risultati arrivano. Anche vivere in Trentino ovviamente ha contribuito».

Come si crescono otto figli senza capitolare?
«Un buon stipendio aiuta, ma più importante è guardare alla sostanza. Si investe sulla qualità del cibo, si riciclano i vestiti e per il resto si fa economia. La motivazione è tutto. I ragazzi si responsabilizzano e i genitori ringiovaniscono. Ho 51 anni e me ne sento 31».

Il sentimento prevalente?
«Una gioia costante. Con otto figli, ognuno con il suo percorso e le sue esigenze, ogni giorno è come una festa di compleanno».

Però non abitate più nella grande casa a tre piani di Montagne, vicino Tione, in cui vi eravate trasferiti da Milano, e dove anche d’inverno Yeman e Neka si allenavano tra la neve?
«Venduta. Adesso ogni figlio ha una casa in affitto o di proprietà, pagandosi il mutuo. Il mio orgoglio per loro è immenso. E il loro orgoglio per quello che stanno realizzando è ancora più grande».

Momenti difficili?
«Beh, la separazione tra noi genitori, ovviamente. E poi quando è stato deciso che ogni figlio cercasse la propria strada fuori dal nido. È la vita».

E lei che fa, adesso? Si annoierà tantissimo.
«Macché. Il sociale mi è sempre piaciuto. Così ho cambiato tutto. Non faccio più l’agente di commercio di articoli per animali, lavoro che mi ha garantito benessere e la possibilità di seguire al meglio il percorso adottivo. Sono il badante di tre amici di lunga data, a Tione. Sto con loro dalle 8 alle 17, poi la sera torno a Mezzolombardo, la nuova residenza».

Rigorosamente senza figli.
«Ma con otto ragazzi che hai cresciuto e che ami, c’è sempre la gioia di sapere cosa combinano, no?».

Lei è pazzo o santo?
«Né l’uno né l’altro. Sono solo entusiasta. Del resto senza entusiasmo non vai in Etiopia ad adottare tre figli in orfanotrofio e poi torni indietro a prendere i fratellini che erano dagli zii, e poi i cugini».

I fratelli Crippa hanno mai sofferto per razzismo?
«Mai. Al massimo episodi infinitesimali. I valori vanno trasmessi. Sono stati educati al rispetto. E se rispetti gli altri, il rispetto ti torna indietro».