Val di Fiemme (Trento), 3 giugno 2020 - Ma gli alberi ci sono mancati, nel lockdown da Coronavirus? “A me moltissimo”. Renzo Motta, presidente della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale (Sisef), e professore di Scienze forestali all’università di Torino, lavora da trent’anni nei boschi trentini. Quelli devastati nell’ottobre 2018 dalla tempesta Vaia, che ha provocato un'ecatombe di alberi in altre 4 regioni: Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Piemonte (in parte). 

Renzo Motta presidente della Sisef
Professore, un anno e mezzo dopo, a che punto siamo?
“Nelle province autonome di Trento e Bolzano il 60-70% del lavoro è stato concluso, quei territori hanno un’organizzazione consolidata e un corpo forestale provinciale a supporto. In Friuli i danni erano minori; sul publico è stato fatto quasi tutto, sul privato siamo a metà strada. In Veneto e in Lombardia la situazione è a macchia d’olio. Nell’Altopiano di Asiago si è arrivati anche al 50-60% dell'opera, in altre zone  al 20, ad esempio in certe aree del Cadore il legname è ancora quasi tutto a terra. Identica percentuale in Lombardia, anche se  il volume degli schianti non è stato lo stesso  Naturalmente parliamo sempre di stime”. 

Quali sono i numeri accertati della devastazione che si è compiuta tra il 26 e il 30 ottobre 2018?
“All’inizio, dalle foto aeree, i danni parevano minori. Poi queste valutazioni sono state corrette andando sul posto. Ma la prova definitiva si è avuta con l’esbosco. Oggi consideriamo non più 10 ma 12 milioni e mezzo di metri cubi di legname nelle 5 regioni. Sono almeno 20 milioni di alberi”.

Tutte specie pregiate.
“L’abete rosso è il principale, il più diffuso e il più sensibile agli schianti perché ha un apparato radicale superficiale”.

Il legno dei violini Stradivari.
“Proprio quello. Arriva da Paneveggio, in Val di Fiemme, c’è anche una ditta specializzata nelle tavole armoniche per pianoforte. Il legno di risonanza viene prodotto poi nella foresta del Latemar, in provincia di Bolzano”.

Intanto si va avanti con il rimboschimento.
“Ma solo se è urgente tornare alla situazione di prima. Vale per il pericolo di caduta massi o valanghe o per ragioni turistiche. Questo rappresenta più o meno il 20% delle aree interessate da Vaia. Tutto il resto sarà rinnovazione naturale. Gli alberi producono seme, il seme cade a terra, nasce la piantina”.

Quanto tempo ci vorrà per tornare a com'era prima?
“Sicuramente decenni. Non voglio confondere le idee a nessuno ma la situazione attuale non è così negativa rispetto a quella precedente. E’ diversa. Da un punto di vista ecologico, che un albero sia in piedi o a terra per la natura non cambia niente".

Evento unico.
"Veramente nel 1966 ce n’era stato uno equivalentre, in contemporanea con l’alluvione di Firenze una tromba d’aria provocò danni simili a Vaia. Ma ci furono decine di morti in Trentino, del bosco alla fine non si preoccupò nessuno. Vorrei ricordare che ogni anno in Europa tra i 60 e i 70 milioni di metri cubi di legname viene atterrato dal vento”.

Il 1966 e poi il 2018.
“Sì ma un abete rosso ha 400-500 anni di vita, quindi 50 anni per un albero sono un periodo relativamente breve. Lavoro in Val di Fiemme dal '90. Se guardiamo il legname raccolto per essere venduto, quello che proviene da schianto da venti è più del 50%”.

Sta dicendo che il tono apocalittico usato per Vaia non è giustificato?
“Dal punto di vista ecologico no. Poi capisco, in una valle rasa al suolo ho visto le persone piangere. Sono nate e cresciute lì, avevano un legame emotivo. E poi il danno economico è stato davvero notevole".

La tempesta Vaia tornerà?
"Sicuro. Nel passato può darsi che il tempo di ritorno fosse più lungo, oggi con il cambiamento climatico le condizioni perché si formi sono più frequenti.  La prossima potrebbe arrivare tra 20 o 30 anni o tra 5. Nell'ultimo caso non farebbe danni, le piante sono basse. Il vento le schianta se sono alte".

Gli alberi più affascinanti per lei che li studia da una vita?
“Sono nato in Piemonte, sono molto legato ai larici e ai pini cembri. Vivono in mezzo alla neve in un ambiente molto ostico, in alta montagna, sfidano tutto e riescono a faecela nonostante quello che gli succede intorno. Molto affascinanti".

All'uomo post Covid, cosa dicono gli alberi? Sono più importanti di prima?
“Secondo me sì. Ma gli alberi c’erano prima di noi...”.

La conclusione è: ci saranno anche dopo?
“Quando scompariremo, saranno sempre lì. Hanno cicli di vita che sono un’altra dimensione".