3 gen 2021

Strage del Pilastro, 30 anni di misteri. "Riaprire indagini su complici e mandanti"

Il 4 gennaio 1991 a Bologna il massacro di tre carabinieri. Il fratello di una delle vittime: troppi punti oscuri, la verità giudiziaria è monca

gilberto dondi
Cronaca
L’auto dei Carabinieri colpita dalla banda della Uno Bianca il 4 gennaio 1991 al Pilastro, a Bologna
L’auto dei Carabinieri colpita dalla banda della Uno Bianca il 4 gennaio 1991 al Pilastro, a Bologna

Quella notte di trent’anni fa c’era la nebbia al Pilastro. I tre carabinieri, poco più che ventenni, erano di pattuglia, dovevano sorvegliare un’ex scuola colpita nei giorni precedenti da una molotov. La loro unica colpa fu di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato: vennero trucidati senza pietà, e senza un apparente motivo, dalla banda della Uno Bianca. I fratelli Savi tempestarono di proiettili l’auto di servizio, poi si avvicinarono per dare ai carabinieri, già feriti gravemente, il colpo di grazia. Morirono così Otello Stefanini, Mauro Mitilini e Andrea Moneta, vittime di una ferocia tale da lasciare spazio a dubbi e interrogativi. Oggi, trent’anni dopo una strage che ha segnato per sempre Bologna e l’Italia intera, i familiari di quei poveri ragazzi chiedono infatti di riaprire le indagini per diradare la nebbia che secondo loro ancora avvolge, almeno in parte, quella vicenda. Il 4 gennaio 1991 è una data impressa a ferro e fuoco nella memoria della città, ma l’eccidio del Pilastro fu solo una, forse la più emblematica, delle tante azioni criminali compiute dall’87 al ’94 dalla banda che terrorizzò l’Emilia-Romagna e le Marche. Raid ai caselli, nei campi rom, nelle coop, in banca e negli uffici postali. Una scia di sangue lunga 24 morti e oltre cento feriti. Roberto Savi, il ’corto’, e il fratello Fabio, il ’lungo’, erano i capi, spietati e spregiudicati. Poi c’era il terzo fratello, quello debole, Alberto. Quindi i gregari: Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli. Tutti poliziotti in servizio fra Bologna e la Romagna. Tutti tranne Fabio, il compagno di Eva Mikula. Era l’unico a non vestire la divisa, scartato perché miope dalla polizia. Quando vennero arrestati, grazie all’intuito di due poliziotti riminesi, per tutti fu la fine di un incubo. Nel frattempo le indagini avevano preso una strada sbagliata puntando ...

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