di Andrea Bonzi (Bologna) Le pipe, ordinatamente una vicina all’altra sulla rastrelliera ("Ma ormai ho smesso di fumare..."). Un piccolo specchio rotondo sulla scrivania ("Mi serve per riprodurre i particolari, la posizione delle mani, le rughe d’espressione"). Accanto a matite, fogli e inchiostri, poi, le piantine dettagliate degli ambienti in cui si muovono i personaggi dell’avventura di Max Fridman a cui sta lavorando. Lo studio del maestro Vittorio Giardino, immerso nel verde alle porte di Bologna, racconta un mestiere: quello di disegnatore di fumetti. O meglio, quello di narratore a tutto tondo, che ha scelto la Nona Arte per esprimersi. Giardino, lei era un ingegnere di successo. Poi, a trent’anni, ha scelto il fumetto. Chi gliel’ha fatto fare? "Da bambino passavo almeno un’ora al giorno a inventare storie e a disegnarle, ho sempre avuto quella passione. Ma sono stato allevato con la convinzione che non ci si potesse divertire, lavorando. Dopo 9 anni da ingegnere, ho deciso che in fondo un lavoro divertente c’era: quello di raccontare storie". E i suoi che dicevano? "Erano sconvolti. Ero sposato con due figlie piccole, non fu una decisione facile. Sono riconoscente a mia moglie Gabriella. Esplicitamente non mi ha mai ostacolato, ma nei suoi occhi leggevo:...

di Andrea Bonzi

(Bologna)

Le pipe, ordinatamente una vicina all’altra sulla rastrelliera ("Ma ormai ho smesso di fumare..."). Un piccolo specchio rotondo sulla scrivania ("Mi serve per riprodurre i particolari, la posizione delle mani, le rughe d’espressione"). Accanto a matite, fogli e inchiostri, poi, le piantine dettagliate degli ambienti in cui si muovono i personaggi dell’avventura di Max Fridman a cui sta lavorando. Lo studio del maestro Vittorio Giardino, immerso nel verde alle porte di Bologna, racconta un mestiere: quello di disegnatore di fumetti. O meglio, quello di narratore a tutto tondo, che ha scelto la Nona Arte per esprimersi.

Giardino, lei era un ingegnere di successo. Poi, a trent’anni, ha scelto il fumetto. Chi gliel’ha fatto fare?

"Da bambino passavo almeno un’ora al giorno a inventare storie e a disegnarle, ho sempre avuto quella passione. Ma sono stato allevato con la convinzione che non ci si potesse divertire, lavorando. Dopo 9 anni da ingegnere, ho deciso che in fondo un lavoro divertente c’era: quello di raccontare storie".

E i suoi che dicevano?

"Erano sconvolti. Ero sposato con due figlie piccole, non fu una decisione facile. Sono riconoscente a mia moglie Gabriella. Esplicitamente non mi ha mai ostacolato, ma nei suoi occhi leggevo: ‘Sei matto?’. Fare il disegnatore è uno dei lussi che mi sono potuto permettere".

Cosa si porta dietro della sua formazione di ingegnere?

"Una volta mi dissero che disegnavo come un ingegnere. Non era un complimento. Credo che una formazione scientifica serva sempre. L’unico intellettuale conosciuto di persona che l’avesse, era Umberto Eco. L’interdisciplinarità è fondamentale. Ci sono alcune cose – libri, curiosità, metodi di ricerca – che o le assimili sui banchi di scuola, anche a livello di infarinatura, o non ci riesci più. La costanza è un’altra qualità che fa parte della mia formazione: sono autodidatta, ma se avessi il contachilometri sulla matita, segnerebbe un milione di chilometri. Il sudore fa la differenza"

Però, progetta le planimetrie degli ambienti in cui si muovono i suoi personaggi… Se non è precisione da ingegnere quella…

"Non necessariamente. Il grande Magnus per il Texone disegnò tutta la pianta del castello in cui era ambientata la storia. Lui doveva sapere anche dove fossero le cucine, sebbene non vi si svolgesse nessuna scena. È un aspetto che accomuna tutti noi narratori: l’universo che creiamo va oltre quello che mostriamo. Io so che scuola hanno fatto i miei personaggi e chi sono i loro genitori, dettagli che non serve rivelare al lettore. Ma per me sono importanti".

Il fumetto è fuori moda?

"Tutt’altro, ci si può fare tutto quello che si vuole. Prenda Paperino, per me la quintessenza del fumetto: le sembra un papero reale? Non lo è, Carl Barks fece una caricatura esagerata di un papero, capace di trasmettere l’intera gamma delle emozioni umane. Tutti gli altri mezzi espressivi con immagini, a partire dal cinema, richiedono più denaro: il fumetto è il medium democratico per eccellenza".

Ci si arricchisce a fare il disegnatore?

"Io sono stato fortunato, ma per uno Schulz miliardario (grazie al merchandising più che alle strisce, in realtà) ci sono migliaia di autori poco pagati. Un avvertimento ai giovani: non guadagnerete mai quanto un avvocato di grido".

Qual è la scintilla che fa scoccare una nuova storia?

"Parte da qualcosa che mi emoziona, una piega della Storia che mi fa riflettere. No pasarán, con Max Fridman in Spagna durante la Guerra Civile, nacque dai racconti dell’assedio di Sarajevo. La Praga in piena occupazione comunista di Jonas Fink scaturì dalla caduta del Muro di Berlino. Questa volta, mi ha colpito il dramma degli sbarchi: la politica sa fare solo scaricabarile, nessun Paese vuole accogliere i migranti. Ma non è la prima volta che accade".

Si spieghi...

"Negli anni Trenta, con l’ascesa di Hitler, la Germania decise di espellere un milione di ebrei. Nessuno li voleva accogliere: il delegato del Canada disse, durante un summit, che accogliere ‘anche un solo ebreo era troppo’, mentre la Francia diede visti di ingresso solo alle famiglie con un conto in banca tale da non aver bisogno di lavorare, cosicché non rubassero il posto ai francesi. Nel libro a cui sto lavorando, Fridman si troverà coinvolto in questa situazione".

Lei ha un grande successo internazionale, soprattutto in Francia. Poteva vivere a Parigi, perché è rimasto a Bologna?

"Un po’ perché sono figlio unico e ho perso mio papà da giovane, dunque non avrei mai abbandonato la mamma. Un po’ perché non frequento salotti e non li frequenterei neanche a Parigi, dove comunque vado spesso perché mia moglie è per metà francese. Infine perché a Bologna si sta ancora bene".

Però ha viaggiato tantissimo, magari col taccuino in mano per ritrarre le città che fanno da sfondo alle sue avventure...

"Quando ho viaggiato, l’ho fatto soprattutto da turista. Ma mantenendo gli occhi ben aperti: se devo andare alle Maldive in un resort e non rendermi nemmeno conto che è uno Stato islamico, sto a casa. Solo dal vivo ci si rende conto di alcune cose".

Si diverte ancora a disegnare?

"Negli anni Ottanta e Novanta passavo le notti in bianco, non c’erano né Natale né Capodanno, lavoravo sempre. Dopo 48 ore di seguito la testa mi cadeva sul tavolo da disegno. All’inizio mi sembrava eroico, l’artista che si sacrifica per la sua opera. Adesso ho il ritmo dell’impiegato ma mi diverto moltissimo, come allora. Ho la fortuna di avere il controllo di tutto il processo creativo, dai testi all’ultimo tocco di colore. E non ho contratti che mi vincolano a scadenze"

La sua amicizia con Guccini: parlate mai di fumetti?

"Da ragazzo ho vissuto per anni a 200 metri da via Paolo Fabbri 43, ma non ci siamo mai incontrati. Lo stimavo molto, ci conoscemmo quando gli chiesi una prefazione per un libro di Sam Pezzo: lui mi rispose a razzo, e da lì nata un’amicizia. È un grande appassionato di Carl Barks e di Paperino, potremmo recitare a memoria le battute delle storie più famose".

Lo ha ritratto anche nei suoi fumetti, vero?

"Spesso riporto oggetti e persone che vedo attorno a me, ad esempio i miei amici, come Guccini e il giornalista Marco Guidi. Del resto, Corto Maltese assomiglia a Hugo Pratt con trenta chili in meno..."

E lei assomiglia a Max Fridman...

"È più complesso. Spesso in un figlio vediamo qualcosa del padre, ma non è facile dire esattamente cosa. Per un autore di fumetti e i suoi personaggi è così".