Roberto Pazzi Ah, i bei tempi dei secretaire, quei preziosi mobili del Settecento a cassetti segreti, che scattavano solo premendo un pulsante ben nascosto, dove si conservavano le lettere d’amore, i diari più intimi, le confessioni di passioni destinate ai posteri con la data di licenza di lettura precisata di...

Roberto

Pazzi

Ah, i bei tempi dei secretaire, quei preziosi mobili del Settecento a cassetti segreti, che scattavano solo premendo un pulsante ben nascosto, dove si conservavano le lettere d’amore, i diari più intimi, le confessioni di passioni destinate ai posteri con la data di licenza di lettura precisata di trenta, quaranta, cinquant’anni più tardi! Nel capolavoro di Antonio Fogazzaro, il romanzo "Malombra", è proprio l’inaspettato ritrovamento in un secretaire dell’epistolario amoroso dell’ava Cecilia, a far scattare in Marina il bisogno di ripetere la vicenda per dare un senso al destino. A sentire la notizia di queste nuove direttive dei Servizi Segreti inglesi, che penetrano nel mondo dei social, forse a perscrutare ogni piega di chat e messenger, subito mi è venuta in mente questa perdita fra le tante a cui ci arrende la modernità, la cancellazione della riservatezza.

Sono segnali di trasparenza o barbarie? Abbiamo necessità di saper tutto della nostra metà, o non tutela invece tanto dell’amore proprio il rispetto del suo mistero, quel che salvi l’identità della persona? E così, proni alle esigenze della sicurezza, della prevenzione del delitto, della difesa contro la delinquenza, ora verrà consumato il delitto di uccidere la riservatezza, quella cautela di concedersi che attendeva per svelarsi, se mai fosse venuta, l’occasione. Se certe confessioni riservate erano l’imitazione diabolica del silenzio, avremo perso con la violazione nella privacy patita dai social, questa possibilità di dire senza dire, di scrivere senza scrivere, che era una risorsa magica della parola.