Lino e le sue treccine
Lino e le sue treccine

Napoli, 18 settembre 2019 - "La scuola non è una spiaggia", prorompono i presidi quando vedono i loro alunni arrivare a scuola con gonne accorciate, short minimali, jeans strappati, bermuda e ciabattine fino ad arrivare agli infradito. E’ troppo, gridano in coro i capi d’istituto che non si limitano a richiami amichevoli, ma spesso finiscono per formalizzare un vero e proprio dress code da imporre se si vuole varcare la soglia della scuola. Lo svacco non può essere tollerato: è la tesi dei dirigenti scolastici. No all’omologazione che sfocia nella discriminazione, è la replica dei ragazzi contrari ai divieti.

Un vero e proprio referendum sullo streetwear si consuma oggi a Napoli, dove a Scampia, quartiere a dir poco difficile, va in scena un braccio di ferro tra il capo dell’istituto Ilaria Alpi-Carlo Levi, Rosalba Rotondo, e alcuni suoi studenti. Il primo a finire nei rigori del galateo dell’abbigliamento scolastico è uno studente tredicenne, Lino, che si presenta all’inizio delle lezioni con le treccine trap, colorate di blu elettrico.

"Finché non le toglierà, non entrerà in classe per rispetto a chi ha firmato il ‘patto di corresponsabilità’ tra scuola, genitori e alunni. Abbiamo un regolamento sul dress code, che impone ai genitori di avere cura dell’igiene personale del proprio figlio, facendo attenzione che venga a scuola con un abbigliamento adeguato al luogo e all’età", spiega orgogliosa la preside.

Un paio di giorni dopo – la vicenda intanto fa il giro d’Italia e viene ripresa anche da qualche sito d’Oltralpe –, e spesi inutilmente i mugugni e le proteste dei genitori, arriva la marcia indietro del ragazzino. Le ormai famose treccine blu vengono tagliate e rotolano nel cesto della spazzatura, è la mamma di Lino a usare le forbici e a far cadere lo scalpo. "È una decisione di mio figlio che dimostra di essere una persona matura", dice mamma Carla che pure aveva brontolato. "Dopo le lezioni ha chiesto di incontrarmi, la mia porta è sempre aperta e mi ha detto di avere intenzione di tagliare le treccine, mi ha chiesto scusa per tutto quello che è successo", ricostruisce la preside.

Incidente chiuso, pace fatta? Macché. La professoressa Rotondo non si ferma e continua a bocciare l’outfit studentesco, convinta che una corretta scelta dei vestiti assicuri un aspetto curato e pulito: ad altri due alunni, fratelli di 11 e 12 anni che frequentano la prima e la seconda media, viene negato l’ingresso in aula per i loro jeans strappati e consentito l’accesso solo in sala professori per attività alternative. Stavolta il confronto social, con immancabile corollario politico, diventa incendiario. Mary Bevar, mamma dei ragazzini bloccati al cancello della Alpi-Levi, si arrabbia: "La scuola è un diritto..., i ragazzi ci devono andare con serenità, non devono vivere tutto questo! Un dirigente che ama il suo lavoro deve fare in modo che i suoi allievi le portino rispetto perché l’ammirano e non per il timore di essere allontanati o rinchiusi. Uno dei miei figli ora è sotto shock e non vuole tornare a scuola". La replica della preside è indiretta: "I genitori firmano un patto all’inizio dell’anno scolastico, non possiamo permettere a nessuno di infrangerlo, se qualcuno vuole fare il bullo lo fermiamo subito". E una terra di confine come quella di Scampia, il bullismo può essere anche quello dei genitori, lascia trapelare la professoressa Rotondo.

Ma a gettare altra benzina sul fuoco arriva il neo sottosegretario all’Istruzione, il napoletano Giuseppe De Cristofaro, che chiede l’intervento del Dirigente scolastico regionale sulla vicenda del ragazzino con le treccine: "L’esclusione dalle lezioni dello studente a me pare ingiustificata e discriminatoria e per queste ragioni chiederò all’Ufficio scolastico regionale di intervenire. Pur nel rispetto dell’autonomia scolastica e dei regolamenti occorre ripristinare un principio di libertà personale".