Matteo Salvini, 48 anni, leader della Lega, ieri mentre esce da palazzo Chigi
Matteo Salvini, 48 anni, leader della Lega, ieri mentre esce da palazzo Chigi
di Antonella Coppari L’unico risultato concreto del colloquio con Draghi è che d’ora in poi Salvini tratterà direttamente con lui. Si vedranno una volta a settimana, in modo da "coltivare un dialogo costante e diretto", per dirla con Palazzo Chigi. Un appuntamento che potrebbe diventare di fatto un commissariamento della delegazione del Carroccio al governo, e in particolare di Giorgetti. Per il resto, il Capitano porta a casa poco sul fronte secondario delle riaperture e nulla sul principale terreno di scontro: la riforma del catasto. La frattura però sembra ricomporsi, anche perché il presidente del Consiglio ripete che non intende farsi frenare: "È il momento di chiudere, i tempi iniziano a essere corti. Abbiamo sempre mantenuto gli impegni, non intendo smettere ora". Ragion per cui farà due Cdm a settimana. Il faccia a faccia della pace segue il copione abituale degli ultimi mesi, tanto da giustificare il commento di...

di Antonella Coppari

L’unico risultato concreto del colloquio con Draghi è che d’ora in poi Salvini tratterà direttamente con lui. Si vedranno una volta a settimana, in modo da "coltivare un dialogo costante e diretto", per dirla con Palazzo Chigi. Un appuntamento che potrebbe diventare di fatto un commissariamento della delegazione del Carroccio al governo, e in particolare di Giorgetti. Per il resto, il Capitano porta a casa poco sul fronte secondario delle riaperture e nulla sul principale terreno di scontro: la riforma del catasto. La frattura però sembra ricomporsi, anche perché il presidente del Consiglio ripete che non intende farsi frenare: "È il momento di chiudere, i tempi iniziano a essere corti. Abbiamo sempre mantenuto gli impegni, non intendo smettere ora". Ragion per cui farà due Cdm a settimana.

Il faccia a faccia della pace segue il copione abituale degli ultimi mesi, tanto da giustificare il commento di Letta: teatrino stancante. Un’ora di chiacchierata a quattr’occhi, e il leghista twitta giubilante: "Incontro molto utile: proposte e soluzioni condivise e impegno a confrontarci sul futuro dell’Italia ogni settimana. I giornali scrivano ciò che vogliono: un rapporto leale, franco e diretto risolve ogni problema e trova soluzioni". In realtà, la vittoria parziale sulle riaperture sancita con il decreto varato dal consiglio dei ministri (cui partecipano stavolta i leghisti) non è sua, ma di uno schieramento vastissimo che insisteva per allargare le maglie suggerite dal Cts. Il Capitano voleva che la capienza delle discoteche raddoppiasse rispetto al 35% ipotizzato: ha ottenuto un incremento dei posti fino al 50% al chiuso e al 75% all’aperto. Questo però nel quadro di una riapertura generalizzata che aumenta la capacità degli stadi e permette di riempire cinema e teatri. Un risultato modesto. Il bersaglio grosso, la riforma del catasto, non lo colpisce neanche di striscio. "Non cambia niente", fa sapere Palazzo Chigi. Che dirama un comunicato paludato: "Al centro del colloquio, che si è svolto in un clima cordiale e costruttivo, il tema della crescita economica. È stato confermato l’impegno del governo a evitare ogni aumento della pressione fiscale e a proseguire nel percorso delle riaperture, tenendo conto del miglioramento della situazione epidemiologica".

Somiglia vagamente a quello che chiedeva Salvini: "Se Draghi mi dice non aumento le tasse, mettiamolo per iscritto. Di lui mi fido, di altri no. Se viene un Monti?". È un appiglio esile. La riforma non cambia, e dunque nel 2026, anche se i saldi restassero davvero invariati, inevitabilmente qualcuno pagherà di più e qualcun altro di meno. Salvini lo sa e non può che fingere una mezza vittoria. Del resto, non aveva margine di manovra. Prima dell’incontro con Draghi aveva visto il capofila dei governisti e forse artefice della riappacificazione, Giorgetti, e il governatore Massimiliano Fedriga. Il partito del Nord sul catasto e sulle tasse è molto meno distante dalle posizioni del leader di quanto non fosse sul Green pass, ma non al punto di rischiare uno scontro frontale con Mario Draghi. Salvini insomma non poteva che tirarsi indietro. In compenso ha insistito con Giorgetti & co: "D’ora in poi con il premier tratto io". L’intento è chiaro: sottrarre ai governisti l’egemonia totale della politica leghista nell’esecutivo.

Resta da vedere quanto l’armonia possa durare. La situazione è molto diversa da quella registrata, prima dell’estate, nello scontro tra Draghi e M5s: la prescrizione poteva essere considerata come un nodo aggrovigliato, ma di quelli che, una volta sciolti, permettono di procedere senza ulteriori difficoltà. Sul fronte della politica economica, invece, gli ostacoli sono dietro ogni angolo. Basti considerare la portata deflagrante della scelta che Draghi dovrà presto fare su quota 100. Ingoiare un ritorno alla legge Fornero sarebbe per Salvini molto peggio di quanto non sia deglutire la riforma del catasto. Se le urne lo avessero premiato non ci sarebbe stato problema, il capo leghista avrebbe accettato di baciare ogni rospo ottenendo in cambio quella sorta di sdoganamento agli occhi dei poteri che contano cui puntava con la partecipazione al governo Draghi. Ma il il verdetto degli elettori è stato opposto, e non salverebbe la situazione nemmeno una vittoria a Roma al ballottaggio. In ogni caso, fino a febbraio non succederà niente; altro chiasso, altre sceneggiate magari sì, ma strappi reali sono probabilmente da escludere. Sulla scelta di febbraio però l’incertezza reale è lecita, lo stesso Salvini non ha ancora deciso che fare e probabilmente a influenzare scelte destinate a incidere a fondo sulla sorte del paese saranno gli eventi dei prossimi mesi.