di Piergiorgio Odifreddi Gli umanisti tendono a pensare alla felicità come a un problema soggettivo e mentale, mentre gli scienziati preferiscono considerarla un problema oggettivo e fisico. Naturalmente, poiché l’uomo è fatto di mente e corpo, i due approcci sono complementari e non si escludono a vicenda. Anche se è naturalmente più semplice ed efficace cercare di ottenere la felicità cambiando il mondo esterno, che non il mondo interno. Se non altro, perché sulla fisica, sulla chimica, sulla biologia, sulle scienze cognitive e sull’economia esistono già teorie razionali e scientifiche, mentre la letteratura, la filosofia e la psicologia non possono che...

di Piergiorgio

Odifreddi

Gli umanisti tendono a pensare alla felicità come a un problema soggettivo e mentale, mentre gli scienziati preferiscono considerarla un problema oggettivo e fisico. Naturalmente, poiché l’uomo è fatto di mente e corpo, i due approcci sono complementari e non si escludono a vicenda. Anche se è naturalmente più semplice ed efficace cercare di ottenere la felicità cambiando il mondo esterno, che non il mondo interno. Se non altro, perché sulla fisica, sulla chimica, sulla biologia, sulle scienze cognitive e sull’economia esistono già teorie razionali e scientifiche, mentre la letteratura, la filosofia e la psicologia non possono che offrire opinioni, e spesso elevano vere e proprie superstizioni a sistema.

Che la felicità sia non solo un desiderio, ma anche un diritto, fu sancito esplicitamente dalla Dichiarazione di Indipendenza americana del 1776: "Noi consideriamo – si legge – come autoevidenti le verità che gli uomini sono creati tutti uguali, e che sono stati dotati dal Creatore di certi inalienabili diritti, fra i quali ci sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità". Ed è a partire dall’Illuminismo che si è elevata a sistema scientifico questa ricerca, muovendola dall’ambito umanistico a quello economico e politico.

Fu proprio sulla scia della Dichiarazione di Indipendenza che Jeremy Bentham propose nel 1780 l’idea di un calcolo felicitario, che permettesse alla società di perseguire l’obiettivo di una felicità collettiva. Naturalmente, il primo problema da risolvere era come misurarla. Bentham propose il concetto di utilità, e suppose che fosse possibile per ciascun individuo classificare i beni in una lista di preferenza, sulla base della percezione di quanto fossero più o meno utili per lui. Dichiarò poi che, mentre l’individuo tende a massimizzare la propria utilità individuale, la società dovrebbe invece tendere a massimizzare l’utilità collettiva.

La cosa è più facile da dire che da fare, e sollevò molti interrogativi. Ad esempio si deve guardare alla felicità totale degli individui, o alla loro felicità media? Poi l’utilità: possiamo quantificare precisamente quanto una cosa ci piaccia, oppure possiamo soltanto dire che una cosa ci piace più o meno di un’altra? Nel Novecento queste idee portarono alla teoria dei giochi di John Nash, alla teoria delle scelte sociali di Kenneth Arrow e all’utilitarismo di John Harsany. A conferma della profondità di queste idee, tutti e tre hanno vinto il Nobel per l’Economia, insieme ad altri colleghi che le hanno poi sviluppate.

Nell’Occidente materialista, individualista e capitalista l’idea del perseguimento della felicità collettiva rimane ancora una chimera, ma Paesi come il Bhutan o l’Uruguay hanno già capito che il concetto di Pil (prodotto interno lordo), basato unicamente sulla produzione dei beni, è anacronistico e anti umanista, e dev’essere sostituito con quello di Fil (felicità interna lorda), basato su una serie di indicatori economici altrettanto importanti, dalla mortalità media ai livelli di educazione, occupazione e benessere della popolazione. Forse un giorno gli uomini del futuro guarderanno con stupore e disapprovazione agli occidentali di oggi, giudicandoli barbari e animaleschi, che preferivano la produzione e il consumo di beni materiali, spesso inutili o dannosi, alla felicità degli individui.