di Claudia Marin Tre morti sul lavoro al giorno, 677 vittime nei primi sette mesi dell’anno (non confrontabili con il 2020 per la pandemia, in aumento invece sui due anni precedenti). Ma il drammatico conteggio dovrà essere purtroppo aggiornato con agosto e settembre e siamo sicuramente intorno a 800. Un bilancio terribile, ma non inatteso, tanto che il decreto legge per stringere le maglie dei controlli per impedire la strage continua dei lavoratori, annunciato l’altro giorno dopo il summit governo-sindacati a Palazzo Chigi, è in arrivo ad horas. Con al primo posto l’introduzione della sospensione delle attività per le imprese che non rispettano le regole...

di Claudia Marin

Tre morti sul lavoro al giorno, 677 vittime nei primi sette mesi dell’anno (non confrontabili con il 2020 per la pandemia, in aumento invece sui due anni precedenti). Ma il drammatico conteggio dovrà essere purtroppo aggiornato con agosto e settembre e siamo sicuramente intorno a 800. Un bilancio terribile, ma non inatteso, tanto che il decreto legge per stringere le maglie dei controlli per impedire la strage continua dei lavoratori, annunciato l’altro giorno dopo il summit governo-sindacati a Palazzo Chigi, è in arrivo ad horas. Con al primo posto l’introduzione della sospensione delle attività per le imprese che non rispettano le regole di tutela della salute degli occupati: una sorta di "patente a punti" che dovrebbe servire da deterrente, mentre in Parlamento torna in auge la proposta della Procura nazionale anti-infortuni sul modello di quella anti-mafia, lanciata a suo tempo da un alfiere della sicurezza sul lavoro, l’ex magistrato Raffaele Guariniello. Dal 2015, d’altra parte, gli incidenti mortali non sono mai scesi sotto i 1000 all’anno: sono più numerosi che in altri Paesi (circa 2,5 ogni 100mila lavoratori per anno contro 1,9 in media nella Ue). Mentre il tasso di irregolarità rispetto alle normative contrattuali e di sicurezza riscontrato con le ispezioni si aggira intorno al 70%.

Il nodo-chiave mai sciolto è quello delle verifiche e dei controlli preventivi, che si è rivelato il buco nero anche della nuova organizzazione avviata cinque anni fa con il Jobs Act con l’istituzione dell’Ispettorato nazionale del lavoro. E il primo a mettere il dito nella piaga è Bruno Giordano, magistrato, chiamato a guidare la struttura dal luglio scorso. "Dopo 30 anni di attività giudiziaria in materia di sicurezza – ha spiegato di recente – mi sono convinto che punendo di più non si ottengono maggiori risultati. Occorre prevenire gli incidenti e per farlo servono controlli quantitativamente e qualitativamente incisivi e un rafforzamento del potere sospensivo dell’attività di impresa che già abbiamo. Si potrebbe ridurre la quota di lavoratori in nero oltre la quale scatta la sospensiva – perché il lavoro nero è lavoro insicuro – e si potrebbero aumentare i casi in cui possiamo esercitare questo potere". Certo è che l’accorpamento in un’unica agenzia delle funzioni di ispezione di Ministero, Inps e Inail si è rivelato un mezzo flop.

La riforma è rimasta sulla carta: manca un vero coordinamento, gli organici sono calati sotto i 4mila addetti (e solo in questi mesi si punta a 2mila nuove assunzioni), le banche dati sono congelate e chiuse. Senza contare il mancato collegamento con le 100 e più Asl, alle quali competono specificamente i controlli sulla sicurezza. "Non sono nemmeno in rete tra loro", ha insistito Giordano. Dopo cinque anni di Inl, hanno osservato Edoardo Di Porto e Tito Boeri su la voce.info – "l’idea cardine di ispettore “tuttofare“ si è rivelata sbagliata", mentre in altri Paesi la carta vincente è la specializzazione: negli Stati Uniti OSHA (Occupational Safety and Health Administration) pianifica e conduce ispezioni per la sicurezza dei luoghi di lavoro. Nel Regno Unito, l’Employment Agency Standards Inspectorate si occupa di ispezioni in materia di regolazione del lavoro, mentre l’HSE (Health and Safety Executive) si occupa di sicurezza e benessere dei lavoratori.