Il giovane campione riminese Giovanni Donati, oggi 22 anni, insieme a Benito Garozzo
Il giovane campione riminese Giovanni Donati, oggi 22 anni, insieme a Benito Garozzo
"Sono nato nel 1927, ho cominciato a giocare a 15 anni e non ho più smesso. Lo faccio ogni giorno: il bridge è la vita". Benito Garozzo è un signore dagli occhi penetranti, una massa di capelli infinita e una grande barba bianca. È napoletano, ha vissuto in Egitto da ragazzo, nell’età di mezzo si è trasferito in Florida e nel Delaware (ha la doppia cittadinanza) e ora abita a Roma. Respira con le carte in mano. Gli appassionati lo definiscono così: The living legend. Semplicemente un genio. Nel palmarès vanta dieci titoli mondiali, tre Olimpiadi, cinque campionati europei e un numero infinito di tornei internazionali. Dal 1961 al 1975 ha vinto tutto con lo squadrone degli imbattibili: il Blue Team, l’orgoglio nazionale – tutti Cavalieri della Repubblica per meriti sportivi. Un gruppo di fuoriclasse impossibile da eguagliare. L’invincibile armata di dominatori eleganti e charmant: smoking, papillon, Martini cocktail, club esclusivi, jet set, luoghi esotici. Un altro mondo. E un’esistenza irripetibile. Com’è iniziata l’avventura? "Avevo seguito al Cairo mio padre ingegnere e studiavo alla Gioventù italiana del Littorio all’estero. Nel ‘43 fui rispedito a Napoli dov’era rimasta mia sorella ma ci ritrovammo con i tedeschi alle porte di casa. Ero un ragazzino,...

"Sono nato nel 1927, ho cominciato a giocare a 15 anni e non ho più smesso. Lo faccio ogni giorno: il bridge è la vita". Benito Garozzo è un signore dagli occhi penetranti, una massa di capelli infinita e una grande barba bianca. È napoletano, ha vissuto in Egitto da ragazzo, nell’età di mezzo si è trasferito in Florida e nel Delaware (ha la doppia cittadinanza) e ora abita a Roma. Respira con le carte in mano. Gli appassionati lo definiscono così: The living legend. Semplicemente un genio. Nel palmarès vanta dieci titoli mondiali, tre Olimpiadi, cinque campionati europei e un numero infinito di tornei internazionali. Dal 1961 al 1975 ha vinto tutto con lo squadrone degli imbattibili: il Blue Team, l’orgoglio nazionale – tutti Cavalieri della Repubblica per meriti sportivi. Un gruppo di fuoriclasse impossibile da eguagliare. L’invincibile armata di dominatori eleganti e charmant: smoking, papillon, Martini cocktail, club esclusivi, jet set, luoghi esotici. Un altro mondo. E un’esistenza irripetibile.

Com’è iniziata l’avventura?

"Avevo seguito al Cairo mio padre ingegnere e studiavo alla Gioventù italiana del Littorio all’estero. Nel ‘43 fui rispedito a Napoli dov’era rimasta mia sorella ma ci ritrovammo con i tedeschi alle porte di casa. Ero un ragazzino, nessuno di noi si azzardava a uscire, troppi pericoli. Io e tre amici passavamo le giornate fra interminabili partite a carte: tressette, scopone scientifico, mah jong. Finché qualcuno tirò fuori il manualetto di un gioco che non conoscevamo".

Il bridge?

"Esatto. Le regole spiegate ai principianti da Ely Culbertson, personaggio che diffuse il gioco ovunque. Mia sorella conosceva l’inglese, tradusse il testo e ne fummo conquistati".

Colpo di fulmine?

"Una passione. Mi piacevano calcio, tennis, basket. Ero bravo negli scacchi. Però sentivo un’attrazione irresistibile per il bridge. Lo studiavo, cercavo di capire segreti ed evoluzioni, giocavo di continuo. Punto di riferimento era il Professore: chiamavano così Eugenio Chiaradia, insegnante di lettere e filosofia, teorico e caposcuola al circolo Vomero. L’uomo che ideò il Fiori napoletano, uno dei più noti sistemi licitativi convenzionali".

L’uomo del destino?

"Fu lui a spiegarmi il sistema con Pietro Forquet, l’altro grande interprete del Blue Team. Nel ‘61, alla vigilia del Bermuda Bowl, ci fu un’emergenza e fui chiamato in squadra all’ultimo momento. Responsabilità tremenda ma andò bene. Vincemmo il mondiale a Buenos Aires".

L’inizio di una cavalcata?

"Il Blue Team era un concentrato di campionissimi: dieci titoli consecutivi senza lasciare nulla ai rivali. I giornali celebravano i trionfi come quelli della Nazionale di calcio. Ci fotografavano sulle scalette dell’aereo Alitalia, il Paese vinceva con noi".

Chi erano i suoi compagni al tavolo?

"Forquet è stato il primo. Distinto, direttore di banca, personalità fuori dal comune. Era un fenomeno: non prendeva rischi e non sbagliava mai. Glaciale. Regolarista formidabile".

Raccontano che la sua squadra ideale fosse: Forquet moltiplicato per sei.

"Pietro è stato una macchina dagli ingranaggi perfetti, una sicurezza per chi gli stava di fronte. Napoletano come me, due anni più di me. Mi spiace non sentirlo da tanto: la morte del figlio è stato un grande dolore".

E poi il tandem con Belladonna: insieme eravate Pelé e Maradona?

"Giorgio era un attaccante, aggressivo, fantasioso. Aveva giocato a calcio nelle giovanili della Lazio. I suoi colpi erano invenzioni: portava a casa un sacco di punti e qualcuno ne perdeva perché il suo stile era quello. Secondo gli storici siamo stati la coppia più bella di ogni tempo".

A un certo punto lei, Belladonna e Forquet siete andati a giocare con Omar Sharif.

"Un divo e un eccellente giocatore. A fine anni ‘60 allestì The Circus, una formazione di professionisti: volle con sé i migliori. Giravamo il mondo sfidando il team americano degli Aces e il pubblico correva a vederci. Soprattutto le donne, perché Sharif era famoso per il suo fascino. Siamo rimasti in contatto anche dopo: volavo a Parigi ogni mese per giocare con lui".

Poi si trasferì negli Usa. Perché?

"Sono stato sposato e divorziato e ho avuto due figli. In America ho conosciuto Lea Du Pont che è diventata la mia compagna per più di trent’anni. Donna molto bella, famiglia influente che dava del tu ai Ford e ai Kennedy. Però giocava male a bridge: cattivi maestri. Con me è diventata una campionessa".

Dove avete vissuto?

"Nella sua villa a Palm Beach. Ho insegnato bridge a Mar-a-Lago ai ricchi americani nel circolo di Trump".

Giocava anche lui?

"Macché. Era il datore di lavoro e basta. Uno da poker".

Ha guadagnato molto?

"Abbastanza da vivere bene. Con i soldi ho aperto una gioielleria a Roma dalle parti di via Veneto: la gestisce mio figlio. Per colpa del Covid sono spariti i turisti, non è semplice".

Tre anni fa è stato richiamato in Nazionale per i campionati mondiali di Lione: un record di longevità?

"È stata una festa. In squadra c’era anche Giovanni Donati, giovanotto riminese molto promettente: 72 anni di differenza".

Gioca sempre?

"Tutti i pomeriggi sul web. Il mio partner è un inglese che vive nelle Filippine. Gli avversari sono l’uomo d’affari americano Jimmy Cayne, ex della Bear Stearns, e Dano De Falco, compagno nel Blue Team".

Come fa alla sua età?

"Il bridge è una combinazione di matematica, psicologia e logica. Fondamentale è la visione di gioco: io ce l’ho".

La chiamano il Sottomarino perché vede sott’acqua?

"Bisogna capire in anticipo che cosa succederà. Prevedere le mosse degli avversari. La tecnica migliora con l’esperienza, quella sì".

Il resto no?

"Passa il tempo. Andavo al golf club ma ho smesso per la schiena. I riflessi non sono gli stessi: invecchiando sono diventato un po’ più lento. Aiuto la memoria con la carnitina che migliora la capacità cognitiva".

Le piace così tanto giocare?

"Il bridge è una ricerca ininterrotta, la mia vita stessa. Ho sviluppato il sistema Superprecision. Il piacere del gioco mi ha reso via via indulgente rispetto al perfezionismo: oggi riesco a perdonarmi gli errori".

Una partita indimenticabile?

"Dicono sia il successo mondiale del ‘75. Nella mano decisiva io e Belladonna abbiamo realizzato un Grande Slam a fiori contro il Piccolo Slam senza atout messo a segno dagli americani nell’altra sala".

Quando smetterà di giocare?

"Solo l’ultimo giorno, come il gran maestro Stayman. Chiuderò gli occhi con le carte in mano".