Agnese Pini Immaginate, per restare a sinistra, se si fosse dimesso un Berlinguer. Immaginate, per andare a destra, se si fosse dimesso un Almirante. Nessuno avrebbe osato anche solo pensare, figuriamoci dire: è una manfrina per farsi rieleggere e riacclamare al prossimo giro di giostra (nel caso del Pd: l’Assemblea nazionale...

Agnese

Pini

Immaginate, per restare a sinistra, se si fosse dimesso un Berlinguer.

Immaginate, per andare a destra, se si fosse dimesso un Almirante. Nessuno avrebbe osato anche solo pensare, figuriamoci dire: è una manfrina per farsi rieleggere e riacclamare al prossimo giro di giostra (nel caso del Pd: l’Assemblea nazionale del 13 marzo).

Questo la dice lunga sullo stato di salute dei nostri partiti.

Le dimissioni in politica sono (erano?) una scelta solenne. Che inevitabilmente terremota gli equilibri, denuncia abusi, sottolinea storture, inchioda i nemici e scardina le correnti. E allora: mi sarei aspettata un dibattito sulla scelta di condividere o meno una decisione grave come le dimissioni. Sull’opportunità, per un leader, di lasciare proprio in virtù del momento tanto grave che il Partito Democratico sta vivendo, per sua stessa ammissione ("mi vergogno...", cit).

La resa è sempre rispettabile, ma non sempre accettabile. Su tutto questo gigantesco tema ho visto davvero poco: ho visto, invece, un partito prontissimo a pensare al successore, perché morto un papa se ne fa inevitabilmente un altro, "magari donna" – come ho sentito ripetere nelle ultime ore – secondo la consuetudine distorta che usa la quota di genere per mascherare il clima di tensione e sbandamento, per simulare un rinnovamento profondo che avrebbe bisogno di ben altre prerogative. In primis: quale direzione prenderanno adesso i Democratici? Dimessosi il segretario che propugnava l’alleanza coi 5 Stelle, verrà meno anche quel progetto? In attesa di conoscere le risposte, restiamo sul clima della farsa. Ieri Grillo si è proposto come segretario Pd. Ci mancava giusto lui.