Matteo

Massi

Che la democrazia (americana e non) non stia troppo bene, lo si vede anche da come i social e di conseguenza i loro padroni abbiano soppiantato i canali tradizionali della politica. È nostalgia del Novecento certo, ma non solo. Che il signor Zuckerberg, un privato, decida che i profili di Trump, su Facebook e Instagram, vadano censurati fino al 21 gennaio, all’indomani dell’ingresso del suo successore Biden alla Casa Bianca, è qualcosa d’inaudito.

Non sono in discussione i messaggi di Trump: pericolosi, sovversivi e l’assalto al Congresso l’ha dimostrato.

Si discute invece, se un privato cittadino, proprietario di una piattaforma che offre però un servizio praticamente pubblico, possa erigersi a censore. Come se l’unico metro di giudizio per sostenere che cosa può offendere e che cosa no, sia esclusivamente il suo, arrivando così a certificare chi possa parlare e di che cosa si possa parlare. Lo stesso privato, tra l’altro, che sostiene che il diritto alla Rete vada sancito per Costituzione. In prospettiva, tutto ciò rischia di trasformarsi in un precedente inquietante con la classica domanda: chi controlla il controllore? Una questione che magari ci sfugge ora, perché viene censurato Trump, ma sulla quale invece è necessario interrogarsi. E allora, come per la Concorrenza (così poco gradita a Zuckerberg), serve un’autorità terza per giudicare cosa vada censurato, anche sui social. Altrimenti si rischia di dare un’altra picconata alla democrazia.