Doriano Rabotti Basterebbe togliere definitivamente la maschera peggiore, quella dell’ipocrisia. Basterebbe raccontarsi la verità, anche se è difficile accettarlo soprattutto da parte dei tifosi, che investono tante energie emotive nell’identificazione con una squadra e i suoi simboli. Come si fa a...

Doriano

Rabotti

Basterebbe togliere definitivamente la maschera peggiore, quella dell’ipocrisia. Basterebbe raccontarsi la verità, anche se è difficile accettarlo soprattutto da parte dei tifosi, che investono tante energie emotive nell’identificazione con una squadra e i suoi simboli.

Come si fa a scoprire oggi che nel calcio comandano i soldi? Non è neanche questione di essere nostalgici, di pensare che si stava meglio ’ai nostri tempi’, come se si potesse scegliere peraltro, come se il rimpianto per il passato non nascondesse in realtà quello personale di ognuno di noi per anni in cui eravamo più giovani, più magri, più innocenti, più liberi. Più puri.

Ci sta, umanamente è comprensibile. Ma alla fine è quello stesso mondo fatto di interessi economici ha permesso a Totti e agli altri come lui di strappare contratti a nove zeri, di diventare protagonisti di fiction, di condurre una vita tra agi che il 99,99% degli umani può solo sognare. Non è moralismo d’accatto: i soldi da soli non bastano, e comunque per giudicare il comportamento di qualcuno prima bisogna davvero trovarsi nei suoi panni. Perché è facile fare i moralisti con le scelte degli altri. Piuttosto sarebbe utile a tutti, tranne gli addetti al marketing che su certe frasi costruiscono vendite di magliette e gadget, se i campioni dicessero le cose come stanno: "Vado dove posso guadagnare il doppio" suona più credibile di "amo questa maglia e non la tradirò mai". In questo, va detto, Totti è stato diverso dai suoi colleghi. Perché è stato coerente.