di Mario Consani La più grande mazzetta mai pagata nella storia "non sussiste". Almeno per i giudici milanesi che, in primo grado, hanno assolto tutti e 13 gli imputati e le due società coinvolte nel maxi-affare Eni-Nigeria, che per l’accusa avrebbe prodotto anche una mega corruzione internazionale. La vicenda riguarda l’acquisto avvenuto 10 anni fa della licenza petrolifera marittima Opl 245, per l’accusa detenuta (attraverso una società schermo) dall’ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete. L’ipotesi del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro è che nel prezzo versato da Eni e Shell al...

di Mario Consani

La più grande mazzetta mai pagata nella storia "non sussiste". Almeno per i giudici milanesi che, in primo grado, hanno assolto tutti e 13 gli imputati e le due società coinvolte nel maxi-affare Eni-Nigeria, che per l’accusa avrebbe prodotto anche una mega corruzione internazionale. La vicenda riguarda l’acquisto avvenuto 10 anni fa della licenza petrolifera marittima Opl 245, per l’accusa detenuta (attraverso una società schermo) dall’ex ministro nigeriano del Petrolio, Dan Etete. L’ipotesi del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro è che nel prezzo versato da Eni e Shell al governo africano, la somma stratosferica di 1 miliardo e 92 milioni di dollari sarebbe finita invece a politici, faccendieri e burocrati di vario genere e nazionalità.

Ma ieri il tribunale, presidente Marco Tremolada, dopo un processo durato 3 anni e una camera di consiglio di 5 ore e mezza ha assolto l’ad del gruppo, Claudio Descalzi, e il suo predecessore (nonché attuale presidente del Milan) Paolo Scaroni. Non colpevoli anche i manager Eni operativi all’epoca in Nigeria, i presunti intermediari, i 4 ex dirigenti Shell e l’ex ministro del Petrolio nigeriano Etete. Assolte di conseguenza le due compagnie Eni e Shell e respinta la richiesta di maxi-risarcimento da parte del governo di Abuja parte civile.

Le motivazioni del verdetto chiariranno perché i giudici abbiano demolito la tesi della maxi-tangente, nonostante le confessioni-accuse (poi in vero mezzo ritrattate) dell’ex manager della compagnia italiana in Nigeria, Vincenzo Armanna. Tra gli assolti anche un personaggio come Luigi Bisignani, decenni fa protagonista delle vicende della P2 e poi della "madre di tutte le tangenti" italiane, quella pagata per l’affare Enimont all’epoca di Tangentopoli.

Non colpevoli altri presunti mediatori come il misterioso diplomatico russo Ednan Agaev e Gianfranco Falcioni, imprenditore ed ex viceconsole in Nigeria. E pensare che, con rito abbreviato, altri presunti intermediari come il nigeriano Obi Emeka e l’italiano Gianluca Di Nardo sono stati condannati in I° grado da un altro giudice a 4 anni di reclusione. "È un risultato di grande civiltà giuridica" dice ora Nerio Diodà, legale del Cane a sei zampe. "Per me, che rappresento Eni, e i suoi circa 3mila dipendenti e un centinaio di società in giro per il mondo, è un onore poter dire che è estranea a qualsiasi illecito penale e amministrativo".

"Finalmente a Descalzi è stata restituita la sua reputazione professionale e a Eni il suo ruolo di grande azienda", gli fa eco Paola Severino, difensore dell’ad del gruppo e fra l’altro ex ministro di Giustizia. "Speriamo di aver finito questo calvario" aggiunge Enrico de Castiglione, difensore di Scaroni. "Il mio assistito è stato riabilitato di fronte alla comunità internazionale" spiega Gian Filippo Schiaffino, legale di Falcioni, che fu console onorario in Nigeria. Soddisfatti tutti gli avvocati per aver visto accolta la loro tesi e, cioè, che Eni e Shell "corrisposero per la licenza un prezzo d’acquisto congruo e ragionevole direttamente al governo nigeriano, come contrattualmente previsto".