Riccardo Muti a Firenze in una foto d'archivio
Riccardo Muti a Firenze in una foto d'archivio

Firenze, 1 dicembre 2014 - «SENTO un legame fortissimo con Firenze, perché la mia vita artistica è nata qui, accompagnata dall’entusiasmo e dall’affetto dei fiorentini in anni difficili: il mio primo concerto al Maggio Musicale è stato nel Sessantotto…».

Seguendo l’onda del tempo, Riccardo Muti torna ora con grande gioia ed emozione a Firenze, dove per lui tutto è incominciato. Inaugurando qui una intensa tournée, oggi dirigerà sul palco dell’Opera l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, che lui stesso ha fondato dieci anni fa sullo slancio di un generoso impegno in favore dei giovani e della vita musicale italiana. «Anche se i miei ricordi sono legati al vecchio e glorioso Comunale – dice il Maestro – sono molto contento di fare musica nel nuovo teatro. L’ho visitato pochi mesi fa – su invito del sindaco Dario Nardella e del direttore generale per lo spettacolo dal vivo, Salvatore Nastasi – è l’ho trovato bellissimo, dotato di ottima acustica».

Come fu quel primo concerto nel Sessantotto?

«Un concerto trionfale, avendo per solista un gigante del pianoforte come Sviatoslav Richter».

Ci fu subito intesa con l’Orchestra del Maggio?

«Sì, ci fu un innamoramento reciproco. Il sovrintendente Remigio Paone, famoso impresario, mi “fiutò” come giovane di talento e mi confermò per un altro concerto in ottobre; per consolidare il rapporto con l’orchestra, disse. E l’orchestra, entusiasta, mi volle come direttore stabile».

Insomma, un ottimo impatto fin dall’inizio.

«Sì. Il critico della “Nazione”, Leonardo Pinzauti, scrisse già dopo la prima volta che “la presenza di questo giovane” forse poteva risolvere “l’annosa questione del direttore stabile”. Fu profeta».

Adesso come rivede questo suo periodo di attività a Firenze, durato fino ai primi anni Ottanta?

«Sono stati anni di straordinaria collaborazione, di proposte, di battaglie. Pensi che quando nel 1971 il direttore artistico Roman Vlad e io osammo proporre “Cavalleria rusticana” e “Pagliacci”, scoppiò un putiferio politico contro di noi, per aver programmato due “turpitudini” come quelle due opere, eseguite e amatissime in tutto il resto del mondo. Erano anni roventi e anche di obnubilamenti ideologici che hanno nuociuto non poco alla cultura italiana».

Quali dei molti spettacoli fiorentini ricorda più volentieri?

«Molti. Ricordo con particolare soddisfazione quattro spettacoli “storici” con Luca Ronconi. “Orfeo ed Euridice” di Gluck fu un allestimento strepitoso, che contribuì a cambiare il senso del teatro d’opera, prima che arrivassero certi orrori della regia d’oltralpe. Poi ci fu “Nabucco” – ricordo ancora alla fine il grido di un isolato contestatore: “Ronconi in Arno!” – e ancora “Il trovatore” e la “Norma”… Tutti gli anni Settanta furono caratterizzati da una presenza massiccia di proposte rivoluzionarie da Firenze. Penso all’”Agnese di Hohenstauen” con le scenografie di Corrado Cagli, alla “Iphigénie en Thauride” con le scene e i costumi di Manzù, all’“Otello” con la regia di Miklós Jancsó e alle “Nozze di Figaro” con la prima regia italiana di Vitez…».

C’è stato anche, per due volte, il «Guglielmo Tell» di Rossini…

«Certo, in versione integralissima. Si cominciava alle otto di sera e si finiva alle due di notte. La prima volta, il giorno della prova generale, dopo sei ore di musica, e dopo il grandioso inno finale, il violoncellista Bellucci si alzò in piedi e urlò: “Viva Rossini, viva l’Italia”. È uno di quei ricordi fiorentini che porto sempre nel cuore».

Un periodo di grande energia creativa e anche di grande condivisione, dunque…

«Sì, sono stati anni straordinari, anche nel campo sinfonico. E c’è stato grande entusiasmo da parte del pubblico e di tanti amici, molto affezionati al teatro di Firenze, con i quali fin da allora - da quando avevo 27 anni ad oggi, che ho superato i settanta - siamo sempre rimasti uniti nell’amore della musica».

La musica è dunque diventata vita per lei a Firenze?

«Sì, certo. Senza contare che i miei figli sono tutti e tre fiorentini, nati nella clinica Villa Donatello: non solo Francesco e Chiara, che hanno visto la luce quando ancora abitavamo in via Rucellai, ma anche Domenico, che abbiamo voluto che nascesse a Firenze quando già ci eravamo trasferiti a Ravenna. Come vede, non possiamo non amare questa città».