Pierluigi

Masini

Abilitare è un verbo desueto che fa rima con burocrazia, è vero. Snellire la burocrazia è un imperativo categorico, altrettanto vero.

Ma prendiamo gli architetti (per ora comunque esclusi dalla riforma): non sarà un caso se l’Ordine professionale esiste in Italia da quasi cent’anni. E non sarà solo per garantire i presunti privilegi di un titolo e di una targa in ottone.

Il tema è complesso, le ragioni del sì alla laurea abilitante esistono ma, senza fare un esercizio di cerchiobottismo, quelle del no, per questa professione almeno, sono a mio avviso prevalenti. È vero che storicamente la professione di architetto non è stata soggetto all’esame di stato e non tiro in ballo l’esempio più eclatante, quello dei grandi ingegneri delle cattedrali romaniche e gotiche che ancora oggi stanno in piedi.

Rimaniamo al secolo scorso. Quando l’Ordine è stato istituito, nel 1923, Gio Ponti, padre dell’architettura italiana, aveva già un suo studio con l’architetto Mino Fiocchi, partecipava alla prima Biennale di Monza, era direttore artistico della Richard-Ginori. Gli era bastata la laurea e l’abilitazione gliela aveva data il mercato, che riconosceva il suo talento. Oggi, siamo sicuri che chi esce da una facoltà di architettura sia davvero pronto a esercitare la professione?

La realtà è molto più complessa e se proprio consideriamo inutile l’esame di Stato, allora facciamo in modo che la formazione universitaria crei i nuovi Gio Ponti. Mica facile.