Giuseppe

Tassi

Ibrahimovic e LeBron fanno notizia, sempre e comunque. Anche per una zuffa dialettica sul ruolo che i grandi sportivi possono giocare nel dibattito politico. Temi come razzismo e inclusione, checché ne pensi Ibra, trovano da sempre nello sport un’eco speciale, una cassa di risonanza capace di moltiplicare la forza del messaggio.

I grandi campioni non hanno neppure bisogno di parole per testimoniare al mondo le loro battaglie ideali o la difesa di un principio: bastano i gesti, i comportamenti che assumono davanti alle telecamere accese su di loro.

Penso al pugno guantato di nero che Tommie Smith e John Carlos (primo e terzo suo 200 metri a Messico ‘68) alzano al cielo sul podio olimpico durante l’esecuzione dell’inno americano. Quel gesto, a difesa dei diritti dei neri negli Stati Uniti, vale quanto mille battaglie di piazza.

E per stare più vicini a noi, che dire delle magliette rosse indossate da Panatta e dal team italiano nella finale di Coppa Davis del ‘76? Fu un messaggio efficace e diretto contro il regime di Pinochet, che insanguinava il Cile con la sua feroce dittatura.

Lo sport e i suoi protagonisti non devono mai rinunciare alla coscienza sociale e politica. Vincere e divertire la gente è il primo comandamento della loro professione ma proprio perché sono idoli ed esempi per le giovani generazioni non possono rifugiarsi in un limbo dorato a godersi i privilegi.