Una manifestante a Roma contro il regime dei talebani
Una manifestante a Roma contro il regime dei talebani
di Lorenzo Bianchi Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, vuole svolgere il ruolo del battistrada. Dalle sue parole emerge la consapevolezza che il crollo dell’Afghanistan ha scritto la parola fine sull’inveterata e comoda abitudine del Vecchio Continente di vivere (e prosperare) sotto l’ombrello protettivo della potenza militare statunitense. Del resto, l’attivismo di questi giorni dello stesso Mario Draghi, che in questi giorni si è sentito con Putin, Macron e Biden per l’organizzazione di un G20 straordinario (a ieri ancora senza data), va probabilmente in questa direzione. "Dovremo analizzare – ha dichiarato Michel – come l’Unione Europea possa impiegare le proprie capacità di influenzare le relazioni nel mondo in modo...

di Lorenzo Bianchi

Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, vuole svolgere il ruolo del battistrada. Dalle sue parole emerge la consapevolezza che il crollo dell’Afghanistan ha scritto la parola fine sull’inveterata e comoda abitudine del Vecchio Continente di vivere (e prosperare) sotto l’ombrello protettivo della potenza militare statunitense. Del resto, l’attivismo di questi giorni dello stesso Mario Draghi, che in questi giorni si è sentito con Putin, Macron e Biden per l’organizzazione di un G20 straordinario (a ieri ancora senza data), va probabilmente in questa direzione.

"Dovremo analizzare – ha dichiarato Michel – come l’Unione Europea possa impiegare le proprie capacità di influenzare le relazioni nel mondo in modo positivo e difendere i propri interessi. Sono convinto che il dibattito sull’autonomia strategica della Ue resterà in alto nei mesi a venire nell’agenda europea".

Le cifre dell’impegno militare per ora sono poco più che simboliche. Dal primo gennaio del 2007, esiste a Bruxelles un Centro operazioni che ha 2mila soldati a sua disposizione. Nel 2017 ha visto la luce un fondo europeo per la difesa. La sua dotazione è di 5,5 miliardi di euro all’anno per ricerca e acquisizioni.

I tempi però sono cambiati. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, è meno esplicita di Michel, ma usa con toni tipici di chi rappresenta un’entità consapevole di meritare un ruolo importante a livello planetario. Il suo annuncio è concentrato sui cordoni della borsa: "Il miliardo di euro di fondi per gli aiuti allo sviluppo dell’Afghanistan, accantonato dalla Ue per sette anni, è legato a strette condizioni: il rispetto dei diritti umani, un buon trattamento per le minoranze, la tutela per le donne e le ragazze. A un regime che nega i diritti femminili non andrà nemmeno un euro".

Secondo l’ex governatore della Banca centrale afgana Ajmal Ahmady i talebani potranno "accedere al massimo allo 0,2% delle riserve dell’Istituto di credito" rastrellando i 372 milioni di dollari in valuta straniera che erano parcheggiati nelle sedi periferiche.

Dopo una "prima valutazione" dei ministri degli Esteri dell’Unione, Josep Borrel, rappresentante dei 27 per la politica estera e della sicurezza, ha detto chiaro e tondo che "molte lezioni dovranno essere tratte" dalla tragedia in atto. Sono emersi anche i primi distinguo che sembrano puntare il dito contro gli Usa. Il ministro degli esteri tedesco, Heiko Maas, ha accusato la "comunità internazionale di aver valutato male la situazione". Per Armin Laschet, il candidato della Cdu alla successione di Angela Merkel, il ritiro dall’Afghanistan è stato "la più grande disfatta della Nato dalla sua creazione".

Questa consapevolezza ha costretto la Cancelliera a subire una ramanzina perfino da Putin nel loro ultimo incontro. "L’Afghanistan – le ha detto il presidente russo – sia di lezione. Non si può esportare la democrazia, non si possono imporre i propri modelli su popoli che hanno altre tradizioni". In fondo l’Europa non ha mai fatto quello che l’alleato americano le chiede da sempre, ossia di partecipare in modo più generoso alla propria difesa. L’obiettivo proposto da Washington era di destinare alle spese militari almeno il 2% del Prodotto interno lordo. Sui 27 Stati dell’Unione solo tre – Grecia, Estonia e Lettonia – nel 2019 hanno superato questo livello (nello stesso anno l’Italia era ferma all’1,3%). La Turchia nel 2018 si era attestata sul 2,5%. Forte di questo supporto, Ankara coltiva il suo recupero di influenza nelle aree che facevano parte dell’Impero Ottomano. L’Afghanistan è esterno a quel retaggio storico. Ma il portavoce talebano Suhail Shaheen ha già fatto sapere che il suo Paese "ha bisogno del sostegno e dell’amicizia" della Turchia.