di Salvatore Mannino I pantaloncini che Martina Rossi non aveva più quanto cadde dal balcone del sesto piano di un grande albergo di Palma di Maiorca, nell’alba livida del 3 agosto 2011, sono un "elemento gravemente indiziario, soprattutto se letto in correlazione ai graffi sul collo di Albertoni". È uno dei passaggi salienti delle motivazioni lampo con cui la terza sezione della Cassazione giustifica, in appena tre settimane dalla sentenza del 21 gennaio, la decisione di ordinare un secondo processo d’appello per i due ragazzi aretini (Alessandro Albertoni appunto e Luca Vanneschi) accusati di aver provocato la caduta della studentessa genovese mentre cercava di sfuggire a un loro tentativo di stupro. Un processo, sia detto per inciso, che pare fortemente...

di Salvatore Mannino

I pantaloncini che Martina Rossi non aveva più quanto cadde dal balcone del sesto piano di un grande albergo di Palma di Maiorca, nell’alba livida del 3 agosto 2011, sono un "elemento gravemente indiziario, soprattutto se letto in correlazione ai graffi sul collo di Albertoni". È uno dei passaggi salienti delle motivazioni lampo con cui la terza sezione della Cassazione giustifica, in appena tre settimane dalla sentenza del 21 gennaio, la decisione di ordinare un secondo processo d’appello per i due ragazzi aretini (Alessandro Albertoni appunto e Luca Vanneschi) accusati di aver provocato la caduta della studentessa genovese mentre cercava di sfuggire a un loro tentativo di stupro. Un processo, sia detto per inciso, che pare fortemente indirizzato dai principi di diritto già intuibili nel verdetto ma ora esplicitati nelle motivazioni.

Per i giudici del Palazzaccio, la prima corte d’appello di Firenze ha letto la tragica storia di Martina con "un esame invero superficiale del compendio probatorio" e "ritenuto di ricostruire una diversa modalità della ragazza, cadendo in un macroscopico errore di prospettiva". Ecco perché adesso la terza sezione chiede alla nuova corte d’appello di guardare agli indizi "nella loro globalità e non in maniera atomostica". È in questa direzione che si inquadra appunto il giallo dei pantaloncini. Che la studentessa non li avesse quando volò giù, che sia precipitata con indosso solo gli slip e una maglietta, per la Cassazione "appare difficilmente collegabile a un gesto suicidiario". È poco credibile insomma che Martina si sia buttata in preda a una crisi isterica, come i due giovani di Castiglion Fibocchi, alle porte di Arezzo, raccontarono subito dopo alla polizia spagnola.

Di sicuro, dicono le amiche che si erano appartate a far sesso con alcuni della comitiva aretina, la studentessa i pantaloncini li aveva quando salì nella camera al sesto piano occupata da Albertoni e Vanneschi. Loro non ricordano se fossero quelli del pigiama o un paio di short, ma comunque sono spariti, anche se le difese sostengono che fossero nella valigia poi rispedita in Italia, cosa che i genitori di lei, Bruno e Franca, negano. Albertoni, nelle dichiarazioni spontane rese in appello, dice di non ricordare se Martina avesse i pantaloni, ma alle amiche aveva raccontato che lei se li era sfilati per il caldo, lanciandoli nella sua direzione.

Oltre al punto di caduta, che i giudici d’appello avrebbero individiduato con un errore grossolano al centro del terrazzo e non a lato, compatibilmente dunque con l’ipotesi che Martina stesse tentando di scavalcare per sfuggire alla violenza sessuale, la terza sezione pone l’accento sulle intercettazioni ambientali del 7 febbraio 2012, quando Alessandro e Luca furono interrogati a Genova. E lì si abbandonarono a un gesto di esultanza dopo che Albertoni aveva sbirciato sul tavolo dell’ispettrice che non c’erano tracce di violenza. La corte lo ritenne un elemento superfluo, invece quell’"ipotesi ricostruttiva, neppure sfiorata in quel momento delle indagini e la soddisfazione commentata con un ’fottati’" è "significativa della sensazione di averla fatta franca". Così come "la confessione di essere stati ’salati’, ossia sotto l’effetto di stupefacenti".

Di conseguenza, scrivono severi in Cassazione "sono stati depotenziati tutti gli elementi fattuali certi". Non solo i pantaloncini, non solo i graffi sul collo di Albertoni, ma anche i testimoni danesi che dicono di aver sentito passi frettolosi, ritenuti da Roberto Rossi, il Pm del primo turno, l’indizio che Alessandro abbia sceso le scale dopo il tragico volo e non prima come dice lui. Quanto alla testimone oculare, la cameriera Francisca Puga, cameriera, le sue dichiarazioni sono state "assolutizzate con evidente incongruenza logica".

Ora il secondo appello, se prima non scatta la prescrizione. C’è tempo fino al 20 ottobre.