"Non scappiamo via frettolosamente dalle crude immagini dei piccoli corpi di bambini stesi inerti sulle spiagge. Il Mediterraneo, che per millenni ha unito popoli diversi e terre distanti, sta diventando un freddo cimitero senza lapidi": "Questo grande bacino d’acqua, culla di tante civiltà, sembra ora uno specchio di morte. Vi prego, fermiamo questo naufragio di civiltà!". Ha un tono quasi di scoramento, papa Francesco, quando pronuncia il suo atto d’accusa nel campo profughi di Lesbo, il Reception and Identification Centre alle porte di Mytilene che ha preso il posto del famigerato campo di ‘Moria’, raso a terra da un incendio nel settembre 2020. Tra recinti di filo spinato, baracche, tende e container, anziché le parecchie migliaia del vecchio campo, che era il più grande d’Europa – già visitato da Bergoglio il 16 aprile 2016 –, oggi i profughi accolti sono 2.200, molti meno della capienza massima di 8.000 per ragioni legate al Covid. Ma le condizioni di vita, pur migliorate, sono sempre molto dure. E il tempo scorre lento nel ‘limbo’ dei permessi di asilo che non arrivano mai.