di Matteo Massi Kurt Kobain da quell’aprile del 1994 (quando decise di farla finita) non ha mai riposato in pace. Tirato da una parte e dall’altra anche post mortem. Dietro di sé aveva lasciato una rivoluzione. Che fece discutere, tanto e quanto l’ondata del punk di un decennio prima. Ma, ragionando per periodi ipotetici dell’irrealtà, mai avrebbe pensato che si sarebbe dovuto difendere dalla tomba da un’accusa di pedopornografia. L’oggetto del contendere è la copertina del secondo disco dei Nirvana, ’Nevermind’, quello del successo, quello del grunge come religione di vita, che tra l’altro compie trent’anni tra poco (il 24 settembre). Una foto così iconica da essere sfruttata anche da chi ora vorrebbe portare a processo i Nirvana, o meglio quello che resta di loro. La copertina raffigura un neonato nudo nell’acqua che...

di Matteo

Massi

Kurt Kobain da quell’aprile del 1994 (quando decise di farla finita) non ha mai riposato in pace. Tirato da una parte e dall’altra anche post mortem. Dietro di sé aveva lasciato una rivoluzione. Che fece discutere, tanto e quanto l’ondata del punk di un decennio prima. Ma, ragionando per periodi ipotetici dell’irrealtà, mai avrebbe pensato che si sarebbe dovuto difendere dalla tomba da un’accusa di pedopornografia. L’oggetto del contendere è la copertina del secondo disco dei Nirvana, ’Nevermind’, quello del successo, quello del grunge come religione di vita, che tra l’altro compie trent’anni tra poco (il 24 settembre). Una foto così iconica da essere sfruttata anche da chi ora vorrebbe portare a processo i Nirvana, o meglio quello che resta di loro.

La copertina raffigura un neonato nudo nell’acqua che insegue una banconota da un dollaro appesa a un amo. Quel bambino è diventato grande, si chiama Spencer Elden e giura che i suoi genitori all’epoca non avevano mai dato l’autorizzazione ai Nirvana a pubblicare la foto. Peccato che lui stesso più volte, a ogni anniversario tanto per intendersi, aveva colto l’occasione per farsi intervistare, utilizzare a suo piacimento la copertina e perfino per raccontare la sua carriera da artista che, diciamolo, non è mai sbocciata. Ma il corto circuito di quello che un tempo veniva definito showbiz e che da anni è sotto attacco col politicamente corretto, la cancel culture e le infinite derivazioni che gemmano impazzite oltre Oceano, è che l’ormai adulto Spencer abbia intentato una causa da 150mila dollari per sfruttamento (sì, proprio sfruttamento) sessuale, arrivando ad accusare i Nirvana di pedopornografia.

Si dà il caso però che la giustizia americana consideri pedofilia solo i casi in cui l’immagine è esplicitamente sessuale. Beh, l’avvocato di Elden sostiene che proprio quella banconota da un dollaro rappresenterebbe lo sfruttamento sessuale dell’immagine e di conseguenza la pedopornografia. Se non fosse vero, sembrerebbe uno scherzo, uno scherzo di pessimo gusto. Perfino un po’ folle. Invece è tutto vero. Peccato che Elden non abbia mai ascoltato gli Elio e le Storie Tese, perché se avesse visto la copertina di ’Eat the Phikis’, che vagamente si ispirava a ’Nevermind’, avrebbe fatto causa anche a Elio e i suoi per diffamazione: solo per il fatto che l’avevano trasformato in uno squalo.

Viene da dire, restiamo seri. Anche se c’è da scommettere che la causa di Spencer venga presa seriamente (eh già) dall’ala di una società americana (e non solo, perché si sta diffondendo anche in Europa) che presa da un fremito censorio, vorrebbe azzerare tutto ciò che ritiene offensivo e scorretto. Trent’anni fa, quando ’Nevermind’ uscì, rivoluzionò la scena del rock. Fu un disco epocale, basti pensare che è inserito nella National Recording Registry della Biblioteca del Congresso. Era anche un disco generazionale e non solo per quella ’Smells like teen spirit’, che parlava di deodoranti adolescenziali e in cui tutti intravidero l’inno della Generazione X. Quella canzone trainò l’intero disco che spodestò ’Dangerous’ di Michael Jackson dalla vetta delle classifiche di vendite. Sì, qualcosa era cambiato. E così trent’anni fa, pur nel tedio e nella depressione cantate da Cobain, pensavamo a una progressione inevitabile della società. Che poteva non piacerci magari, ma sempre di progressione si trattava.

Trent’anni dopo possiamo dire di esserci sbagliati. Se e soprattutto nelle arti (e non solo), il linguaggio spregiudicato, scorretto, provocatorio viene messo a tacere. Perfino le canzoni di Kurt Cobain (da ’Rape me’ a ’Polly’, solo per citare i primi due pezzi che vengono in mente), tornando al periodo ipotetico dell’irrealtà, farebbero più fatica a emergere adesso rispetto a trent’anni fa. E Cobain, pace alla sua anima, verrebbe considerato quanto meno sessista. Anche perché già solo ora c’è chi ha avuto l’ardire di accusarlo di pedopornografia. No, non sarà una risata a seppellirci come si scriveva sui muri mezzo secolo fa. Sarà qualcosa di peggio che andrà ad azzerare la nostra cultura sull’onda di questo politicamente corretto. E non c’è, affatto, da stare allegri.