Daniela Poggiali, 48 anni, a Bologna, nel maggio del 2019, dopo una delle ultime udienze di un processo d’appello
Daniela Poggiali, 48 anni, a Bologna, nel maggio del 2019, dopo una delle ultime udienze di un processo d’appello
di Andrea Colombari Quell’ex infermiera è una persona "dotata di versatilità criminale", segnata da "irrefrenabile spinta al delitto" e capace di "scegliere come e quando portare a termine le sue intenzioni". Ma tra la libertà e la 48enne Daniela Poggiali, in passato in servizio all’ospedale di Lugo di Romagna e ora in carcere a Forlì per l’omicidio pluriaggravato di un paziente, non si sono messe di traverso solo le parole usate dai giudici del tribunale del Riesame di Bologna. A pesare sono state anche quelle che la stessa imputata ha usato di recente con una...

di Andrea Colombari

Quell’ex infermiera è una persona "dotata di versatilità criminale", segnata da "irrefrenabile spinta al delitto" e capace di "scegliere come e quando portare a termine le sue intenzioni". Ma tra la libertà e la 48enne Daniela Poggiali, in passato in servizio all’ospedale di Lugo di Romagna e ora in carcere a Forlì per l’omicidio pluriaggravato di un paziente, non si sono messe di traverso solo le parole usate dai giudici del tribunale del Riesame di Bologna.

A pesare sono state anche quelle che la stessa imputata ha usato di recente con una parente che lavora in una struttura per anziani. Ovvero non solo l’ha sollecitata "a fare la spesa", cioè "a procurarsi farmaci" per un’anziana familiare allettata, "sapientemente approfittando dei momenti più favorevoli come il turno di notte". Ma, per i giudici a riprova della sua "totale assenza di umanità", ha suggerito anche di fare "dei tutoni con federe e nastro adesivo per i vecchi che si pastrocchiano". Si tratta di una conversazione WhatsApp depositata dalla Procura di Ravenna in occasione della richiesta dei legali della 48enne di annullare l’ordinanza di custodia cautelare scattata la vigilia di Natale per pericolo di reiterazione del reato. La misura era stata emessa dallo stesso Gup ravennate che il 15 dicembre aveva condannato la Poggiali a 30 anni per l’omicidio del paziente 94enne Massimo Montanari, in passato datore di lavoro del compagno dell’imputata.

L’uomo era deceduto all’ospedale di Lugo la notte del 12 marzo 2014 a poche ore dalle dimissioni. Per l’accusa la 48enne, tramite un’iniezione di potassio, aveva così dato corso a una minaccia pronunciata nel giugno 2009 alla segretaria del 94enne: "Stai attenta te e il Montanari di non capitarmi tra le mani perché io vi faccio fuori". Avrebbe cioè atteso cinque anni per il momento giusto: ecco perché il tribunale del Riesame ha fatto riferimento alle "specifiche occasioni" che la donna, "da libera, potrebbe avere ancora". Vedi chi "nel corso delle sue vicende giudiziarie, abbia fornito apporti per la condanna".

I giudici si sono spinti oltre riconducendole "condotte omicidiarie", ovvero pure quella relativa a Rosa Calderoni, la paziente 78enne per la cui morte dell’8 aprile 2014, la Poggiali era stata condannata in primo grado all’ergastolo: unica sentenza al momento in piedi dopo gli annullamenti della Cassazione dei due successivi appelli di assoluzione. La difesa, lamentando l’assenza di sintomi di pericolosità, ha già annunciato il ricorso in Cassazione contro il carcere. E potrebbe non essere l’unico ricorso in vista per la Poggiali dato il Cceps di Roma, la commissione centrale per gli esercenti professioni sanitarie, ha confermato in appello la radiazione per le due celeberrime foto che ritraggono la donna sorridente e con i pollici alzati accanto a una paziente di 102 anni appena deceduta.