Viviana

Ponchia

Una madre non è una lobby, non ha la malizia del sindacalista. In quanto invisibile, si sente piuttosto un fantasma e le prova tutte per mettere paura. Mi richiudi la scuola? E io non compro più niente (comunque non so dove troverei il tempo e la voglia). Dietro il ricatto – persino commovente – non c’è la logica pianificata di mandare definitivamente in malora il commercio. Questa è la ritorsione di pancia di chi ha rinunciato a capire perché un ipermercato sia un posto sicuro mentre una classe no. Oppure l’ha capita così: attaccarsi alla scuola è un rimedio di facile esecuzione, costa poco e in teoria non prende fischi.

E allora, pensa la madre, se mio figlio sta a casa falliscano anche le grandi firme, i coltivatori di zucchine, la filiera del grano e l’impero della caciotta. Al naufragio di un sapere sacrificato si uniscano i venditori di bottoni e in un crescendo a casaccio gli alchimisti del Moscow mule da asporto. Così poi vediamo. Dietro ogni studente rispedito alla Dad, che nel pomeriggio è libero di fare un salto in piazza e al centro commerciale, ci sono storie di genitori oltre l’esasperazione. Prestigiatori disperati che invidiano il Nicaragua e Taiwan dove si è continuato a fare lezione in presenza, esperti in incastri e suppliche sul posto di lavoro, supplenti scoraggiati chiamati a un compito che non è il loro. Un cuore demoralizzato rinuncia alla borsetta nuova per Pasqua per investire le ultime energie che gli restano sulla vendetta.