di Giampaolo Pioli Le parole dure di Biden contro Putin per chiedere la liberazione immediata di Navalny – giudicate dal Cremlino "aggressive e inacettabili, un ultimatum inammissibile" – e l’espulsione di tre diplomatici europei (che lavorano per Svezia, Polonia e Germania e che sarebbero colpevoli di aver partecipato ai cortei pro Navalny) da Mosca possono essere solo la faccia urlata della medaglia che orienta i rapporti fra la nuova amministrazione democratica Usa, con il ritrovato alleato europeo, e quella russa. Anche perché l’esordio a Mosca di Josep Borrell, l’alto rappresentante Ue per la politica estera, è finito con un buco nell’acqua. La strategia bastone e carota – ferma condanna per la sentenza ad Alexey Navalny, che va "liberato subito", unita alla...

di Giampaolo Pioli

Le parole dure di Biden contro Putin per chiedere la liberazione immediata di Navalny – giudicate dal Cremlino "aggressive e inacettabili, un ultimatum inammissibile" – e l’espulsione di tre diplomatici europei (che lavorano per Svezia, Polonia e Germania e che sarebbero colpevoli di aver partecipato ai cortei pro Navalny) da Mosca possono essere solo la faccia urlata della medaglia che orienta i rapporti fra la nuova amministrazione democratica Usa, con il ritrovato alleato europeo, e quella russa.

Anche perché l’esordio a Mosca di Josep Borrell, l’alto rappresentante Ue per la politica estera, è finito con un buco nell’acqua. La strategia bastone e carota – ferma condanna per la sentenza ad Alexey Navalny, che va "liberato subito", unita alla contemporanea apertura sui temi che "ci uniscono", come ad esempio, Iran, clima o i vaccini – si è infranta contro il granitico Serghei Lavrov, il suo omologo saldo al comando della diplomazia russa dal 2004. "L’Ue per noi è un partner inaffidabile", gli ha detto a muso duro dopo i colloqui. Neanche il tempo di salutarlo e ha espulso i tre diplomatici europei.

Sull’altra faccia della medaglia i diplomatici e gli esperti russo-americani non hanno perso tempo e sono già al lavoro per il prolungamento di almeno 5 anni del trattato new Start sulla non proliferazione nucleare. E se la Cina di Xi non è nei piani immediati di Biden, perché considerata la vera partita politico- economica del dopo Covid, sul tavolo della Casa Bianca torna il difficile rapporto con l’Iran e il nucleare. "Teheran è pronta a discutere dell’intero trattato, se – dice il ministro degli Esteri iraniano Zarif – gli Usa toglieranno le sanzioni imposte unilateralmente da Trump e si tornerà allo status quo previsto dall’Onu, nell’intesa che noi abbiamo sempre rispettato".

Il segretario di Stato Blinken però rilancia "quando gli iraniani ci avranno dimostrato che l’intesa è davvero rispettata e verificata dall’Onu, allora ci potremo sedere". Sempre più stretta nella morsa economica americana, che colpisce indirettamente anche i Paesi europei, Teheran rilancia la palla nel campo Usa e chiede la fine dell’embargo. Si rende conto che l’accordo del 2015 firmato da Kerry e Obama e annullato da Trump nel 2017, non potrà più rimanere tale e dovrà includere anche il capitolo dei missili balistici in grado di ospitare testate atomiche, insieme a verificabili misure di sicurezza per l’intera regione. Vanno tranquillizzati non solo Israele, ma anche l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo.

Joe Biden deve decidere però se con l’Iran vuole risedersi al tavolo del negoziato subito insieme agli altri Paesi membri permanenti del Consilio di Sicurezza dell’Onu o attendere le prossime elezioni presidenziali di giugno, per capire se a Teheran vinceranno i moderati o i gruppi più estremisti legati all’ayatollah Khamenei.

A giudicare dalla diplomazia a tutto campo lanciata dal nuovo segretario di Stato e interpretando i messaggi di incoraggiamento a fare presto da parte del presidente francese Macron, Biden è intenzionato ad agire con rapidità. Il presidente Usa preferisce lo spinto e astuto pragmatismo del ministro degli esteri Zarif e dell’attuale presidente Rohani (che non potrà più essere rieletto) alla retorica cruda e alla rigidità fanatico-religiosa degli ayatollah. Vorrebbe che fossero i moderati a spuntarla a Teheran il 18 giugno e che l’Arabia Saudita e Netanyahu si dessero una calmata sia in Yemen che a Gerusalemme, per riprendere subito un difficile e arrugginito negoziato nucleare che rimetterebbe nelle tasche degli iraniani miliardi di dollari congelati e potrebbe dare una sorta di spinta propulsiva allo stesso ministro degli Esteri Zarif che, pur negandolo ufficiosamente, di fatto non ha mai escluso la possibilità finale di correre da presidente proprio per capitalizzare i suoi buoni rapporti con l’Occidente.