Il 25 aprile è la Festa della Liberazione
Il 25 aprile è la Festa della Liberazione

Roma, 25 aprile 2020 - La musica affratella? Sì, ma non sempre. Aggrega chi in essa riconosce l’emblema di un gruppo, di un movimento in cui identificarsi. Prova ne sono, le polemiche nate nei giorni scorsi sull’inno da intonare oggi per la Liberazione: la tradizionale Bella ciao o – come invece suggerito da La Russa «per ricordare i caduti di tutte le guerre, e delle vittime del Covid» – La Canzone del Piave?

In realtà le canzoni soggiacciono a modifiche sostanziali: nate in un dato ambiente, mutano connotazione col passar del tempo. Bella ciao è un caso lampante. Pare che la cantassero, ma non com’è ora, brigate partigiane prima del 25 aprile 1945. Roberto Leydi, pioniere dell’etnomusicologia italiana, ne individua un archetipo in Fior di tomba: una ragazza pronostica la propria morte, se il suo uomo verrà giustiziato. Sempre Leydi racconta di un altro canto, musica eguale a Bella ciao, testo diverso. Qui non si parla di guerra, supplizi, invasori, bensì del lavoro massacrante delle mondariso: «alla mattina appena alzata in risaia mi tocca andar… ma verrà un giorno che tutte quante lavoreremo in libertà». Non si sa se le due canzoni – dei partigiani e delle mondine – discendano da una stessa tradizione.

Una cosa è certa: Bella ciao è divenuta un inno universale alla libertà. Il ritmo squadrato e l’assunto libertario le hanno assicurato un successo transnazionale: è tradotta in più di 40 lingue. Non mancano gli usi particolari: l’ha suonata al clarinetto nel 2010 Woody Allen a conclusione di un concerto a Roma; in Danimarca è l’inno di un club di calcio; nel 2015 a Parigi fu eseguita dopo l’attentato a “Charlie Hebdo”; su YouTube la cantano le combattenti curde a Kobane. Trasformata recentemente nell’inno di una banda di ladri «dal cuore d’oro» nella serie tv spagnola La casa di carta diffusa da Netflix in tutto il mondo, ormai la si sente in mille circostanze, anche le più gratuite, e ciò ne inflaziona il messaggio e ne impoverisce la carica sentimentale. 

La Canzone del Piave ha una storia diversa. La scrisse E.A. Mario nel 1918, dopo la disfatta italiana di Caporetto nell’ottobre 1917. Molti giovani erano partiti per una guerra creduta giusta. In nome della Patria, dei confini da conquistare, dell’Italia da costruire, tanti persero la vita in trincea e sul campo, sulle montagne del Nord Est. Questo canto innalzò il morale dei combattenti e del Paese: il comandante supremo Armando Diaz scrisse all’autore che «la leggenda del Piave al fronte era più di un generale». 

Con passo militaresco e incitativo essa decanta la piena del fiume che arrestò l’avanzata dell’esercito austriaco. Ed evoca gli irredentisti Guglielmo Oberdan, Nazario Sauro, Cesare Battisti, numi tutelari della riscossa, giustiziati dagli austriaci. La canzone intona dunque il dolore, il tormento, la determinazione di persone che si immolarono. Dal 1943 al ’44 fu anche adottata come inno nazionale, in sostituzione della Marcia reale d’ordinanza, improponibile dopo l’8 settembre. 

Fu poi rimpiazzata, su volere di De Gasperi, dal Canto degli Italiani, il cosiddetto Inno di Mameli, composto in età risorgimentale, nel 1847. Il valore simbolico aggregante degli Inni nazionali è notoriamente sottoposto a oscillazioni imprevedibili, nel mutare delle condizioni politiche: la Marsigliese, per dire, simbolo sonoro della Francia rivoluzionaria e bonapartista, scomparve con la Restaurazione, e dovette attendere la morte di Napoleone III per risorgere come inno nazionale.