di Raffaele Marmo In un’intervista di qualche anno fa, sul crinale dei 90 anni compiuti, non ebbe esitazione a ricordare: "Guardi che io la fame l’ho provata. Fame vera: niente pasta, niente pane, niente farina. Mio padre morì nel ‘41, mia madre riuscì a far studiare me, mio fratello e mia sorella, ma dovetti cominciare a lavorare molto presto. Per fortuna il lavoro si trovava. In poco tempo ne cambiai quattro o cinque". È, forse, proprio in questa vita "non facile" cominciata troppo presto, la cifra di quella durezza genuina e spigolosa ma franca e diretta che amici e avversari gli attribuiscono tutti insieme nel giorno della sua morte. Certo è che da allora, da quella fame e con quella fame, Cesare Romiti (97 anni, romano e romanista) ha traguardato il Novecento lungo una traiettoria che lo ha visto protagonista assoluto dell’Italia della Prima e della Seconda Repubblica, dell’Italia della ricostruzione e di quella del boom economico, ma anche dell’Italia del terrorismo e della sconfitta delle bande armate negli anni Ottanta, fino a tutti gli anni Novanta del duello Prodi-Berlusconi. I biografi di uno degli uomini più potenti del Paese e più stimati da Enrico Cuccia (e le due cose sono un’endiadi) rammentano gli esordi nel 1947 a Colleferro, nel Gruppo Bombrini Parodi Delfino, le tappe nella galassia...

di Raffaele Marmo

In un’intervista di qualche anno fa, sul crinale dei 90 anni compiuti, non ebbe esitazione a ricordare: "Guardi che io la fame l’ho provata. Fame vera: niente pasta, niente pane, niente farina. Mio padre morì nel ‘41, mia madre riuscì a far studiare me, mio fratello e mia sorella, ma dovetti cominciare a lavorare molto presto. Per fortuna il lavoro si trovava. In poco tempo ne cambiai quattro o cinque".

È, forse, proprio in questa vita "non facile" cominciata troppo presto, la cifra di quella durezza genuina e spigolosa ma franca e diretta che amici e avversari gli attribuiscono tutti insieme nel giorno della sua morte.

Certo è che da allora, da quella fame e con quella fame, Cesare Romiti (97 anni, romano e romanista) ha traguardato il Novecento lungo una traiettoria che lo ha visto protagonista assoluto dell’Italia della Prima e della Seconda Repubblica, dell’Italia della ricostruzione e di quella del boom economico, ma anche dell’Italia del terrorismo e della sconfitta delle bande armate negli anni Ottanta, fino a tutti gli anni Novanta del duello Prodi-Berlusconi.

I biografi di uno degli uomini più potenti del Paese e più stimati da Enrico Cuccia (e le due cose sono un’endiadi) rammentano gli esordi nel 1947 a Colleferro, nel Gruppo Bombrini Parodi Delfino, le tappe nella galassia Iri, come direttore generale e poi amministratore delegato di Alitalia e Italstat: per dire che Romiti è stato anche un manager pubblico. E sempre i biografi ricordano i ruoli di primo piano svolti in Rcs e Gemina, Impregilo, Aeroporti di Roma, come imprenditore.

Ma sono i 25 anni (e che 25 anni!) passati in Fiat il "core" della sua vita manageriale e di uomo-simbolo e risolutore al tempo stesso di una delle "stagioni più controverse" (come ha voluto sottolineare il presidente Sergio Mattarella) della Nazione.

In quei 25 anni (dal 1974 al limitare del nuovo secolo), Romiti è il numero uno del Lingotto, il braccio destro e sinistro dell’Avvocato, l’uomo che sussurrava agli Agnelli, il manager "di ferro" che deve gestire e superare la durissima fase del terrorismo nelle fabbriche (quando a Mirafiori i volantini con la stella a 5 punte si scorgevano dappertutto, dalle mese ai bagni, e veniva azzoppato un caporeparto alla settimana), piegare lo strapotere sindacale (principalmente della Fiom) nelle fabbriche sempre più ingovernabili, scongiurare il rischio del tracollo industriale e finanziario del Gruppo.

Lo fa alla sua maniera: senza fronzoli e senza riguardi. Ma badando al risultato. E così, conquistato l’incarico di amministratore delegato nel ’76 e vinta rapidamente sul campo la competizione con Carlo De Benedetti che lascia l’analogo incarico dopo soli 150 giorni, non si dà per vinto neppure per un secondo e, colpo su colpo, riesce a riportare la Fiat in carreggiata, dal declino annunciato all’utile consolidato, conducendo l’azienda a essere il primo gruppo automobilistico europeo e il quinto al mondo.

Rimasto solo sulla tolda di comando, da un lato usa, con una solida intesa con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il pugno di ferro con i fiancheggiatori delle Br infiltrati lungo le catene di montaggio; dall’altro realizza quello che il diretto interessato considerava il suo principale successo, anzi "il suo capolavoro" nella gestione del durissimo conflitto sindacale degli inizi degli anni Ottanta: la marcia dei 40mila.

È il 14 ottobre dell’80, dopo 35 giorni di scioperi e dopo il comizio di Enrico Berlinguer davanti alla porta 5 di Mirafiori del 26 settembre (quando non mancano le richieste della base operaia del Pci e della Cgil di occupazione della fabbrica): scendono in piazza e sfilano per Torino 40mila impiegati e quadri Fiat, guidati da Luigi Arisio. Per la prima volta, la citta operaia e il sindacato scoprono che c’è un ceto medio che si ribella ai picchettaggi e ai blocchi ai cancelli.

È l’inizio della fine dei cupi anni Settanta, la sconfitta del massimalismo politico e sindacale, e la regia è di Romiti, che anni dopo spiegherà: "Ma noi avevamo un programma. La Fiat mandò via 25mila persone, e negli anni successivi ne assunse 60mila. Noi volevamo fare un’azienda più grande e più forte, non più piccola".

E, non a caso, gli anni Ottanta sono gli anni della riscossa dei modelli e delle vendite Fiat. Con Vittorio Ghidella a capo del settore auto e con ingenti investimenti compaiono sul mercato sotto la sua guida la Panda e la Uno, entrambe disegnate da Giorgetto Giugiaro, insieme con la famiglia del motori Fire (Fully integrated robotized engine), uno degli elementi decisivi nella trasformazione industriale. Ma ai suoi anni sono da attribuire anche una raffica di modelli successivi di successo (Tipo, Lancia Delta e Dedra e Alfa Romeo 155, Fiat Croma, Lancia Thema, Alfa 164 e Saab 9000).

Tocca a lui gestire l’espansione in Italia, con l’acquisizione di Alfa Romeo (litigando con Romano Prodi) e Ferrari, e all’estero, con l’apertura di numerosi stabilimenti nel mondo, a cominciare da quello brasiliano di Belo Horizonte. E arriva addirittura a precorrere i tempi quando nel 1991 è vicino ad acquistare Chrysler: "Io e Gianni Agnelli – spiegherà anni dopo - avevamo concluso l’operazione ma Umberto Agnelli si mise di traverso".

Il rapporto con l’Avvocato, del resto, è sempre più saldo, tanto che nel ’96 è lo stesso Romiti a succedergli come Presidente del Gruppo. Ma continuerà a dargli del lei e a pagare il caffè al bar con Agnelli. "L’Avvocato – ha raccontato successivamente – era molto diverso da come è stato raccontato. Era considerato un principe; in realtà aveva avuto una vita molto dura. Quasi non conobbe suo padre. Perse da giovane pure la madre, che adorava. Fece anche la dolce vita. Ma poi ebbe il coraggio di andare da Valletta, l’uomo che aveva reso grande la Fiat, a dirgli: ora tocca a me". Fu il solo a rimanere in piedi tutto il tempo al funerale di Gianni Agnelli, nel Duomo di Torino. Spiegò che l’Avvocato faceva così, quando andava a messa a Villar Perosa; non per fede, ma per rispetto della fede.

Molto poco tentato dalla politica (forse perché quello che faceva era più che politica), da grande vecchio si è concesso in più occasioni un solo vezzo. Ad Aldo Cazzullo che gli domanda quanto abbiano contato le donne nella sua vita si schermisce: "Guardi fuori. Vede gli alberi, le colline, le torri? Ecco, la cosa più bella di tutte queste, la meraviglia del Creato, è la donna. Io ho avuto una moglie perfetta, di cui ho tanta nostalgia. Ma le donne mi sono sempre piaciute. Perché sono migliori di noi. Sanno ascoltare. Non ti tradiscono. E se proprio ti tradiscono, porterai sempre dentro di te la dolcezza che ti hanno dato".