Berlino, 17 giugno 2017 - CONTRO il sole al tramonto, attorniato da bandiere con il tricolore sventolanti, innanzi alle rovine annerite della Frauenkirche a Dresda, simbolo di una Germania anche vittima della guerra, Helmut Kohl promise la riunificazione ai suoi tedeschi, quelli dell’Est e quelli dell’Ovest. Mancavano due giorni al Natale dell’89, il Muro era caduto da sette settimane, e ancora si ignorava come sarebbe andata a finire. Le bandiere della Ddr avevano un buco al centro, perché in fretta avevano tagliato via l’emblema dell’altra Germania, quella comunista, il compasso e le spighe di grano. Fu il momento più alto, nella vita di Helmut Kohl. 

Helmut Kohl, così il cancelliere unì la Germania

Ma ha finito i suoi giorni a 87 anni, immobilizzato su una sedia a rotelle vittima del suo corpo immenso, un metro e 93 per 160 chili. Il peso gli aveva schiantato le ginocchia. I meriti non lo salvarono quando scoppiò lo scandalo dei fondi neri, subito dopo la fine della sua era durata 16 anni, sconfitto da Schröder nel 1998. Non si era intascato neppure un marco, i 2 milioni incassati sotto banco erano finiti alla Cdu, ma i tedeschi non perdonano. E restò al margine della politica, per sempre.

image

SIA tutto merito suo, o se sia stato favorito dalla sorte, Kohl resterà per sempre nei libri di storia come colui che riunificò la Germania, avviando la nascita della nuova Europa senza muri, nel bene e nel male. Ma lui non negò mai che tra le doti di un buon politico ci sia una notevole dose di fortuna, anche se preferiva parlare di «aiuto divino», da bravo cattolico, il primo a essere eletto Cancelliere nel dopoguerra, dopo cinque luterani. Fu anche il primo a non avere indossato una divisa durante la Seconda guerra mondiale. «Io e la mia generazione – disse – godiamo della grazia di una Spaeten Geburt», di una nascita tardiva. Ma in fondo aveva ragione: mentre il fratello maggiore cadde in battaglia, lui, nato nel 1930 (il 3 aprile) sfuggì al dovere di compiere una scelta. Il nazismo per Kohl, e per i suoi coetanei, era un problema della coscienza nazionale, non di quella individuale.

CON lui la Germania poté condurre fino in fondo il processo di normalizzazione avviato dai predecessori. Mano nella mano con l’amico François (Mitterrand) andò a Verdun a rendere omaggio ai caduti francesi e tedeschi. E insieme con l’amico Ronald (Reagan) si recò tra molte proteste al cimitero di Bitburg, riservato ai caduti delle Waffen-SS. Lui solo poteva osare tanto. In occasione della guerra del Golfo, rifiutò di sacrificare un solo uomo alle pretese Usa, e inviò alla Casa Bianca un assegno pari a 5 miliardi di euro di oggi. ‘Tutto in politica si ottiene coi soldi’, convinzione che gli riuscirà fatale. Esagerò coi conti segreti, su cui giungevano gli aiuti di discreti, forse troppo, benefattori di cui si rifiutò ostinato di fare il nome, per rispettare la parola data nella tradizione di un’omertà poco prussiana. Le Mani pulite alla tedesca hanno intaccato la sua immagine? Gli avversari, e ancor più i compagni, furono spietati. Lo costrinsero ad abbandonare la carica di presidente onorario, ma lui risarcì di tasca sua i danni al partito, dimostrò di non aver preso per sé neppure un marco; alla fine se la cavò con una multa, sia pure da 300 milioni di lire.
All’inizio, né amici né avversari lo degnarono di considerazione. Un Cancelliere di transizione, si giudicò, quando nel 1982 prese il posto di Helmut Schmidt, tradito dagli alleati liberali. Rimase 16 anni, record nel XX secolo, superato solo dal Cancelliere di ferro, quel Bismarck con cui finì per essere paragonato. Lento e tenace, finì per diventare simbolo della nuova Germania, ingombrante ma pacifica, forte e poco agile, leale con gli amici, ostinata e di lunga memoria con gli avversari. 

NON ERA politico dalle decisioni rapide. Quando cadde il Muro il 9 novembre 89, era a Varsavia, e i collaboratori dovettero insistere affinché interrompesse il viaggio per andare a Berlino, città che da buon renano non amava. Ma una volta presa una decisione, nessuno riusciva a distoglierlo: trascinò con sé i più o meno riottosi gli alleati occidentali, che come Margaret Thatcher o Mitterrand, erano inquieti innanzi a una grande Germania, e conquistò Michail Gorbaciov, con cui si dava del tu, onore raro per Herr Doktor Kohl, come amava farsi apostrofare. 
A Kohl dobbiamo anche l’euro: gli alleati gli imposero di sacrificare il Deutsche Mark in cambio della riunificazione, e lui finse di arrendersi «purché la moneta unica sia simile al nostro marco». Così fu. Per i tedeschi abituati alla parsimonia l’euro di Helmut funziona, per le cicale europee, quelle del sud, è una sciagura.
Incarnava la Germania dalle radici antiche, nessuno come lui seppe rappresentare la provinciale Repubblica federale di Bonn (e solo per dovere costituzionale si piegò a votare per il trasloco della capitale a Berlino). 

SPOSATO alla bionda Hannelore, due figli, fedelissimo alla segretaria Juliane che l’accompagnò per quasi quattro decenni dalla provincia alla metropoli prussiana, l’unica che riusciva a sottrargli i dolci nascosti nella scrivania. Tutti a Bonn conoscevano il loro amore segreto, ma tacevano. Hannelore, lasciata sola, mentre il marito viveva a Berlino, afflitta da un male che rischiava di renderla cieca, si uccise nel luglio del 2001. E i figli, Walter e Peter, non perdonarono il padre, che tornò a sposarsi nel 2008, con Meike Richter, signora elegante di 34 anni più giovane. Nel periodo più drammatico dello scandalo, lo andò a trovare il vecchio amico Romano Prodi. «Ti ricordi quando ti bastava muovere il capo su e giù e tutti dicevano sì, e quando lo muovevi da sinistra a destra, tutti dicevano no?». Kohl scoppiò in irrefrenabili singhiozzi e dovette troncare l’incontro. Anche Bismarck non tratteneva le lacrime.