Dove finiscono i diritti della verità scientifica lasciando luogo a quelli della pietà? È difficile non sentire come confliggono i due aspetti così autentici della nostra umanità di fronte al tragico caso di Sofia. Da una parte c’era una madre che coltivava la speranza insieme alla sua creatura, lottando contro ogni evidenza e dimostrazione di inutilità della terapia. Dall’altra il definitivo rifiuto della scienza, concorde nel negare al metodo ogni efficacia e credibilità. Ma quali poteri può possedere la speranza quando non resta che il nero muro della morte di fronte? Misteriosa è la condizione che ha causato quel male così come misteriosa è la potenza della mente umana chiamata a combatterlo. Perché qui interviene la forza che scuote le montagne, inestirpabile dall’uomo, la fede nel miracolo, come si usa chiamare una irrazionale e inspiegabile reazione che, contro ogni aspettativa, si accende all’improvviso e talvolta riesce a vincere. È possibile che nei pensieri della madre il metodo stamina fosse il nome moderno di questa fede antica nel miracolo. «Ci sono più cose in cielo e sulla terra, Orazio, di quante ne possa immaginare la tua filosofia»: sono le parole di Shakespeare in Amleto davanti all’inspiegabile. D’altra parte a che cosa si ridurrebbe la vita umana privata della speranza nell’impossibile? A una resa che «la realtà sia solo quello che si vede», troppo stretta, secondo il poeta Eugenio Montale. Per questo rimane a tutti noi davvero l’amaro in bocca di una verità contraddittoria ma non meno autentica, quella che oppone alla fede nella scienza l’eterna necessità di attaccarci a qualsiasi cosa per trovare e coltivare la forza di lottare contro il male.