Paolo Franci

Basta estrarre Federico Chiesa da questa notte sventurata per avere il reale contorno del fallimento bianconero. Allo Stadium è finita in ginocchio una Juve che di Juve ha poco o niente. Brutta, slegata, affannosamente (de)concentrata nella ricerca di un’identità nella quale, forse, non ha mai creduto, senza mai accarezzare la fisionomia definitiva. Addio alla Magnifica Ossessione e in delirio di impotenza, se si eccettua un super FedeChiesa. E’ il fallimento di Pirlo o della squadra? E’ l’epilogo amaro di un progetto sbagliato o il fisologico ciclo del pallone? La prima che hai detto, direbbe il ‘Quelo’ di Corrado Guzzanti, rispondendo a entrambi i quesiti. E’ chiaro: Pirlo per non fallire dovrà vincere il campionato che, vista così, dà l’idea di cercare il trionfo al Tour de France in sella a una mountain bike. Il modo in cui la Juve abbandona l’obiettivo più importante non è solo lo strappo definitivo sulla fragile tela intessuta da Pirlo, ma anche la sirena di una rifondazione che dovrà partire subito. E non inganni la reazione del secondo tempo, contro un’avversaria in dieci. Si pensi, invece, alle otto occasioni concesse in avvio al Porto in 25 minuti, quando sarebbe bastato un golletto per metterla in discesa. Poi, la sorte le ha dato una mano prima – il rosso a Taremi – e tolto qualcosa poi, i legni centrati, ma sempre dentro a una Juve che di Juve ha poco o niente.