Genova, 14 settembre 2018 - Luigi lo hanno salutato in un giorno di nuvole e sole, le sue ceneri ora sono custodite nel cimitero di Rivarolo. Siamo al confine con Sampierdarena, il quartiere del ponte crollato, sullo sfondo un altro viadotto e altre case sotto, questa è l’A7 per Milano e questa è la storia di Genova. (Video).

Luigi Matti Altadonna aveva 35 anni e 4 figli.  Luigi Matti Altadonna con il papà Giuseppe

Alle 11.36 del 14 agosto stava percorrendo il ponte Morandi sull’autostrada A10, guidava il furgone di Mondoconvenienza che l’aveva appena assunto, viaggiava con un collega (che si è miracolosamente salvato). Lui invece non ha avuto scampo, lui come altri 42: famiglie, ragazzi, lavoratori, bambini. Almeno Luigi “è morto sul colpo”, dice il papà Giuseppe, che ha servito lo Stato per una vita e dopo 37 anni è andato in pensione come ispettore della Penitenziaria. Il suo ragazzo non ha sofferto, si ripete. Nella tragedia, un conforto. Due dei figlioletti di 3 e 5 anni arrivano con la mamma Lara al cimitero, hanno una somiglianza straordinaria con il papà. Cercano la protezione dei nonni e di Michele, il fratello più piccolo di Luigi, che ha solo 15 anni ma ne dimostra il doppio, per la maturità.  Ci sono amici e parenti. Ci sono quelli che dicono con le lacrime agli occhi "Luigi l'ho visto crescere", e c'erano già nelle ore di attesa interminabile fuori dall'obitorio. Giuseppe guarda sparire l’urna dietro il marmo del loculo. E' assorto, come se volesse recuperare un dialogo interrotto con il figlio che non c’è più. Quante cose lascia in sospeso una morte improvvisa. Tra qualche giorno tornerà in Calabria, la terra d'origine della famiglia. Da lì era ripartito Luigi, con quel nuovo lavoro e tanti progetti per il futuro. Là sullo sfondo il traffico sull'A7 non si ferma mai. Sotto l'autostrada, invece, è un gran silenzio. Angelo Ginanneschi è titolare di un autolavaggio. Alza le mani: "Ho superato alluvioni e siccità, ma una cosa come questa.... L'altra sera c'è stata una riunione di commercianti, sono tutti arrabbiati. La gente chiede di fare alla svelta, devono tirare giù quel che resta del ponte e ricostruirlo. Invece la stanno tirando per le lunghe. Litigano sulla pelle dei genovesi". Indica le macchie di vernice sugli abiti, racconta: "Stavo dipingendo delle persiane, tanto non passa più nessuno. Si può morire anche di fame".  Si volta verso i palazzi, sulle colline, spiega: "Qui attorno abitano 26mila persone. C'era un giro di clienti. Oggi, il nulla". Ci sono spazi di deserto e spazi di caos, nella città spezzata che vuole riprendere in mano il suo futuro.  I due ritmi convivono a Certosa, la zona del Municipio più vicina al ponte crollato. Addentrandosi a piedi su via Fillak  - Walter “caduto per la libertà”, ricorda la targa della strada -  vedi solo la parte sana del viadotto strallato, tra due file di case e negozi, davvero poca gente in giro e lo ripetono tutti. Bisogna arrivare in fondo per accorgersi della devastazione, per ricordarsi che niente può essere più come prima. Lì, davanti al moncone est, accanto alle case dei ferrovieri oggi vuote, ci sono le tende della Croce Rossa e dei comitati, un presidio fisso per non mollare. 

Enrico D'Agostini, presidente del comitato Liberi cittadini di Certosa
Enrico D'Agostini, presidente di 'Liberi cittadini di Certosa', ammette che sì, la zona è sempre stata trascurata "ma c'è tanta attività sociale. Certo che la gente si faceva sentire per il viadotto. Che, ricordiamocelo, è arrivato dopo le case". C'è il cuore di Genova che si legge allo specchio, nelle bacheche di annunci che raccontano la vita quotidiana, pare di stare in guerra. La Cisl mette a disposizione una sorta di taxi gratuito, perché anche spostarsi è diventato un vero problema. Ecco le istruzioni per il buono scuola da 500 euro o per avere l'aiuto di uno psicologo. Solidarietà e battaglia. Generosità e proteste. Tutto insieme. Dal moncone del ponte Morandi sventola qualcosa, l'immagine è da brividi (video).

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Oltre la ferrovia il rumore delle ruspe al lavoro. Alzi gli occhi e pensi ai soccorritori che nelle ore della tragedia lavoravano senza sosta e non potevano non commuoversi. Perché gli ultimi istanti di vita delle 43 vittime sono stati momenti di terrore. Hanno avuto il tempo di capire. All'estremo opposto, in zona ponente, ci sono le fabbriche. Ansaldo Energia sfiorata dal crollo del ponte Morandi, un pezzo di stabilimento è in zona rossa. La linea tra possibile e vietato divide in due una palazzina, la parte off limits è stata rinforzata da un’impalcatura. Questa a fianco del ponte è la sede principale del colosso: i dipendenti sono 2.600, ma con l’indotto gravitano in fabbrica almeno 4mila persone. Arrivare al lavoro è sempre un’impresa, “e pensate come sarà lunedì, quando apriranno le scuole...”, ragionano in azienda. Qui nel capannone principale si costruiscono centrali elettriche chiavi in mano. Una rete da cantiere taglia gli spazi. (Video).

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Di là è zona rossa - per ora sine die -, di qua si continua a lavorare, nonostante tutto. Anche perché ci sono squadre temprate da guerre e rivoluzioni in giro per il mondo. In altre parole, “abbiamo le competenze per uscire da situazioni d’emergenza. Blocco all’attività? In questo capannone siamo rimasti fermi una settimana”.  Una sberla dopo un periodo già tormentato, le politiche del presidente americano Trump hanno creato non pochi problemi in un mercato strategico, l’Iran, oggi i contratti in quel Paese sono fermi. Poi è arrivato il crollo. Danni stimati: almeno 800mila euro al mese, finché non si potrà ricominciare a pieno regime. Nessuno oggi sa dire quando.