Orazio Fagone (Twitter)

IERI, mentre ammiravo il guizzo di Arianna Fontana nello short track, beh, mi tornava in mente un’altra staffetta, l’origine di una storia dolorosamente bellissima, incredibile nella sua dinamica sportiva ed umana, un mix di emozioni violente, un cumulo di laceranti esperienze. Lillehammer, 1994. Forse la più spettacolare Olimpiade invernale di sempre, tanto suggestiva da tradursi, venti anni dopo, in una serie tv meravigliosamente interpretata da Little Steven, il chitarrista di Bruce Springsteen. Lillehammer! Era l’ultimo weekend dei Giochi e all’improvviso scoprimmo lo short track, noi italiani. Quella allegra e spericolata disciplina che spinge giovanotti coraggiosi a lanciarsi oltre il limite, su un ghiacciatissimo anello. Non lo sapevamo ancora, eppure nel Bel Paese c’erano specialisti del brivido. Così audaci e così bravi che, sì, ecco, conquistarono un oro insperato nella prova a squadre, nella staffetta. Un risultato miracoloso, l’ultimo acuto della Olimpiade invernale più azzurra di sempre. Orazio Fagone, originario di Catania ma cresciuto a Torino, faceva parte del gruppo. Con lui c’erano Maurizio Carnino, Hugo Herrnof, Mirco Vuillermin e la riserva Diego Cattani. Amici che si erano innamorati di un esercizio atletico sui pattini, incuranti della mancanza di una tradizione ‘nazionale’. O meglio: la tradizione la stavano creando loro. Rammento ancora lo stupore di noi cronisti ignoranti, quella notte magica in Norvegia. Anche perché Orazio il siciliano e i suoi partner non avevano dubbi: ci avrebbero riprovato a Nagano, nel 1998.

IL DESTINO. E chi poteva immaginare, invece, cosa aveva in serbo la sorte? Il 30 maggio 1997 uno schianto in moto annienta i sogni di Fagone, c’è un camion dove non dovrebbe essere. Si ritrova su un letto d’ospedale, per salvarlo i medici sono costretti ad amputare la gamba destra. La sinistra si salva. La carriera è finita. O almeno così sembra. In un contesto da tragedia shakespeariana, pochi giorni dopo tocca aMirco Vuillermin fare i conti con un disastro stradale. Porta a casa la pelle, ma anche per lui cala la tela sull’agonismo. In un attimo è stato spazzato via il Quartetto delle Meraviglie. Non ci sarà un’altra avventura olimpica. A Nagano non avranno modo di difendere il titolo, la loro stupefacente medaglia d’oro.

IL RITORNO. Eppure, la vita non smette mai di sorprendere, se hai voglia di fissarla negli occhi. Orazio Fagone a suo modo ha già fatto la storia, le origini catanesi fanno di lui il medagliato d’Italia nato più a sud (a Lillehammer mi ricordo un collega inglese che domandava: ma da quando alle pendici dell’Etna pattinano sul ghiaccio?!?). Non gli basta. Torna, cioè non è mai andato via. Torna, Fagone, seduto sulla sua carrozzella. Il suo è fuoco vivo sul ghiaccio. Prova con il curling: non se la cava male, si piazza tra i primi dieci al Mondiale. Poi si avvicina all’hockey su slittino: prende la tessera dei Tori Seduti, così si chiama il club, e vince uno scudetto. È così bravo che viene convocato per la Paralimpiade di Torino, nel 2006. Dodici anni dopo la notte irripetibile di Lillehammer, rappresenta di nuovo l’Italia. Per inciso: con largo anticipo sul portabandiera tongano di cui si sta tanto parlando in questi giorni, ben prima del disgraziato Oscar Pistorius, Orazio è stato il primo atleta ad aver partecipato sia alla Olimpiade che alla Paralimpiade. Oggi questo straordinario italiano taglia il traguardo dei cinquant’anni. Si dedica pure all’hand bike, ha sfidato persino Alex Zanardi. Farà di sicuro il tifo per Arianna Fontana e le altre ragazze della staffetta dello short track. Un bis sarebbe gradito, ventiquattro anni dopo la gioia magica di Lillehammer.