UN BRUTTO GIORNO del 2011 Emiliano Malagoli sta in giro in sella alla sua motocicletta. Incappa in una caduta rovinosa. Per salvarlo i medici debbono tagliargli la gamba destra sotto il ginocchio. «E oggi – racconta questo 42enne lucchese residente ad Anguillara Sabazia, sul lago Bracciano – partecipo alle gare su due ruote, sfidando anche i normodotati!». Storia incredibile ma vera, questa di Emiliano. Testimonianza di una passione profonda, più forte della sventura. Da raccontare, subito. «Era messa male anche la gamba sinistra – sospira il centauro dei sogni – Così dissi ai medici: a destra, dove avete amputato, mettetemi subito una protesi di titanio e carbonio, perché io debbo ripartire».

Per andare dove? «Io amo la moto, non riesco ad immaginare di vivere senza. Però a spingermi era un’altra molla».

Le corse. «No, a livello di competizioni ero un amatore, avevo fatto delle garette al Mugello e a Misano, ma niente di che. Io avevo in mente un progetto strano, ma entusiasmante. Mandare un segnale».

A chi? «A chiunque avesse sperimentato una esperienza come la mia! Non sta scritto da nessuna parte che se ti sei fatto male in moto poi sulla moto non ci puoi ritornare. E così ho cominciato».

A fare che? «Per prima cosa la cavia. Quattrocento giorni dopo il mio incidente, mi sono presentato sulla griglia di partenza. Ancora al Mugello, per una prova di Coppa Italia. In mezzo ai normodotati. La faccio breve: è stato il giorno più emozionante della mia vita».

Risultato in pista? «Ultimo! E credo non si sia mai visto un pilota tanto felice di essere arrivato ultimo. Avevo corso con una Suzuki 600 e gli avversari, chiamiamoli così, mi guardavano con curiosità e con ammirazione. Allora mi sono fatto una domanda».

Che domanda? «Possibile che io sia l’unico, l’unico ad essere passato da un dolore così grande con la voglia addosso di ricominciare? Allora con i soldi della assicurazione ho aperto una scuola. Ho comprato sette modelli di moto. Li ho adattati ad ogni tipo di disabilità, dagli amputati ai paraplegici. E mi sono accorto che non ero solo».

Cosa è accaduto? «Ho creato una onlus, chiamata Diversamente Disabili. Ho visto che c’era un grande interesse per la proposta. Così dal 2014 esiste un campionato italiano per disabili in moto. Mi aiuta la Bridgestone, la azienda giapponese delle gomme. E io sono un pilota Bmw, da alcune stagioni. Morale: non ci siamo più fermati».

Quanti siete? «Una trentina di partecipanti alle gare tricolori. Il novantacinque per cento è come me, come la mia protesi di titanio e carbonio, cioè si tratta di gente la cui disabilità è conseguenza di un incidente. L’età dei concorrenti va dai diciotto ai cinquant’anni».

Piste preferite? «Abitualmente andiamo al Mugello, a Vallelunga, a Misano. Al Mugello abbiamo disputato anche una 200 Miglia con la nostra squadra, una staffetta. Poi ci sono i circuiti all’estero: a Le Mans, nel week end della MotoGp, io sono arrivato terzo».

Altro che ultimo, come la prima volta dopo l’incidente. «Mai fermarsi! A Pavia, sul tracciato intitolato a Tazio Nuvolari, la nostra scuola tiene le sue lezioni. E per ogni disabile allievo il maestro è un disabile anche lui, perché devi capire certe cose per poterle trasmetterle».

Auguri per il 2018, caro Emiliano. «Ah, avremo il primo campionato internazionale, su tre tappe, con concorrenti dalla Francia, dalla Nuova Zelanda, dall’Inghilterra».

Datemi unamoto e conquisterò il mondo. «Davvero, a me e ai miei amici piace crederlo».