L’architetto Stefano Boeri, 63 anni, uno dei più apprezzati a livello internazionale: una città intelligente è quella che sa guardare in faccia i problemi A sinistra, il Bosco Verticale. Una sua realizzazione a Milano che è stata definita il «grattacielo più bello e innovativo del mondo» secondo il Council on Tall Buildings and Urban Habitat e landmark.
L’architetto Stefano Boeri, 63 anni, uno dei più apprezzati a livello internazionale: una città intelligente è quella che sa guardare in faccia i problemi A sinistra, il Bosco Verticale. Una sua realizzazione a Milano che è stata definita il «grattacielo più bello e innovativo del mondo» secondo il Council on Tall Buildings and Urban Habitat e landmark.

di Annamaria Lazzari

Le città hanno un futuro? Come possono affrontare le tante sfide apertesi con la pandemia? Lo chiediamo a Stefano Boeri, 63 anni, l’architetto del Bosco Verticale, il "grattacielo più bello e innovativo del mondo" secondo il Council on Tall Buildings and Urban Habitat e landmark riconoscibilissimo nella sua Milano, dove è anche ordinario di urbanistica al Politecnico e presidente di Triennale Milano.

Architetto Boeri, cosa risponde alle "cassandre" convinte che il Covid abbia inferto un colpo mortale alle metropoli?

"Sono convinto che la dimensione urbana continuerà ad essere il centro di gravitazione per l’innovazione, lo scambio delle culture e la trasmissione del sapere. Le città rimarranno il luogo di maggiore espressione delle capacità umane ma dovranno adattarsi a condizioni diverse rispetto al passato. Dall’Ottocento in poi il modello europeo si è basato sulla forza di pochi, grandi attrattori di folle. Oggi bisogna pensare a un progetto di funzionamento basato sul decentramento".

Il modello della "città dei 15 minuti"?

"Purché non si intenda che la gente non si debba spostare più. Un quartiere autosufficiente non è un luogo chiuso ma sa offrire servizi legati a commercio, scuola, sanità, cultura in un raggio accessibile a tutti; un luogo animato da un forte senso di comunità e dalla possibilità però di mantenere relazioni a distanza con il mondo. La città-mondo diventa un arcipelago di quartieri. Se parliamo di Milano, questa struttura di quartieri è già diffusa. Ed è una fortuna. Tanto che se oggi mi reco in certe zone di Barona e Bovisa trovo più città, scambi, ricchezza, di quella che trovo in piazza Cordusio o via Larga (in pieno centro a Milano ndr)".

L’impressione è che siano proprio i centri storici lasciati al turismo e al terziario a soffrire di più in questa fase, per l’assenza di turisti e lavoratori.

"Se non c’è residenza non c’è vita".

Dunque che fare?

"Si potrebbero valorizzare gli uffici come residenze temporanee per studenti. Avremmo uno stock abitativo formidabile e accessibile a tutti. Bisognarebbe chiamare ad un tavolo i proprietari degli immobili e i rettori degli atenei e dare vita ad accordi di uso temporanei. In assenza di alternative, il rischio è che certe zone, nonostante siano in pieno centro, diventino delle periferie desolate".

Andremo ancora a lavorare in ufficio?

"Gli uffici non scompariranno ma piuttosto si accelererà una trasformazione che è già in atto. L’ufficio è sempre meno il luogo per concentrazioni di lavori individuali, l’addizione di desk e pc, ma è sempre più uno spazio di condivisione e socialità, dove si discute un progetto che può essere realizzato altrove, anche a casa".

Continueranno a spuntare i grattacieli?

"Salire in altezza risponde ad una logica potente: ridurre i costi ed evitare lo spreco di suolo, a scapito di spazi pubblici o verde. Questo non esclude che si debbano ripensare. Un caso molto interessante è quello dello Student Hotel ad Amsterdam: era una torre degli anni ’70, riconvertita in residenza studentesca, coworking, palestra, ristorante e anche edilizia convenzionata. Il futuro degli edifici alti è il mix di funzioni".

Cosa pensa delle smart city iperconnesse?

"Una città intelligente è quella che sa guardare in faccia i problemi ed è in grado di risolverli, con una buona politica. Ma è anche quella che sa coinvolgere i cittadini nelle sue scelte, attraverso il digitale e le reti immateriali. La smart city è semplicemente una precondizione tecnologica ma senza una visione del futuro resta uno strumento vuoto".

A proposito di visione, quali sono i progetti più urgenti?

"Se parliamo di Milano mi auguro che diventi presto un modello carbon free per la mobilità. L’elettrico non è la panacea di tutti i mali, ma ha il vantaggio pazzesco di non produrre polveri sottili. E in generale bisogna puntare sempre di più sul verde, non per un’astratta ideologia ecologista ma per bisogno: riduce calore e inquinamento ed è il miglior alleato della nostra salute".