SAN MARCO - Portello in legno della famosa chiusa milanese
SAN MARCO - Portello in legno della famosa chiusa milanese
I portelli della chiusa di San Marco sono rimasti nei depositi dei musei milanesi per più di ottant’anni: dal 1935, quando quel tratto di Naviglio venne chiuso e i portelli rimossi, fino a oggi, che sono esposti alla mostra alle Scuderie del Quirinale “Leonardo da Vinci. La scienza prima della scienza”. Ma a portarli lì, nel cuore delle celebrazioni del cinquecentenario leonardiano, è stata una ricerca del 2016 che ha sciolto la vera incognita che li riguardava, cioè la datazione. Un sistema di chiuse nei Navigli esisteva già prima dell’arrivo di Leonardo a Milano: «La prima operativa fu la conca di Viarenna, che si stima essere stata anche la prima attiva in Europa, già nel 1440», spiega Claudio Calì, dottorando in Design al Politecnico di Milano e tra i ricercatori che hanno condotto lo studio. «Ma la chiusa di San Marco era molto simile a quelle che si trovano nel Codice Atlantico». L’idea che una chiusa in legno avesse resistito per più di 500 anni sembrava tuttavia un azzardo, era più facile ipotizzare che quei portelli, dai tempi di Leonardo a oggi, fossero stati sostituiti più e più volte e quelli rimossi nel 1935 fossero soltanto repliche moderne di quelli quattrocenteschi. Nel 2016 Calì, supervisionato dal curatore del Museo della Scienza e della Tecnologia Claudio Giorgione e con un team composto da tre università milanesi, ha studiato i portelli: «Il Politecnico fece i rilievi dimensionali, la Statale le radiografie e la Bicocca le indagini di datazione al carbonio. La parte storica invece, di cui mi occupai io, consistette nell’andare a scavare negli archivi, per ricostruire la storia di questi oggetti».
Cosa scoprì?
«Sono emersi molti documenti relativi alle pratiche di manutenzione delle porte, ordinarie e straordinarie. Nei casi non rari di danni o deterioramento quindi, i portelli non venivano sostituiti ma riparati. Con materiale ligneo nuovo o proveniente da altre porte di chiusa. Quindi si sono creati sfasamenti nella datazione delle porte, confermati dalle indagini diagnostiche, che rilevarono componenti con datazioni molto diverse».
Si può ipotizzare che i portelli che vediamo oggi abbiano parti risalenti all’epoca di Leonardo?
«No, le parti più antiche risalgono al sedicesimo secolo, le più recenti al diciannovesimo. Ma la cosa interessante è che queste paratoie sono molto simili a quelle disegnate da Leonardo sul foglio 656 del Codice Atlantico, sono dotate cioè di: paratoia lignea angolare, uno sportello mobile incardinato all’interno del portello per regolare con maggiore facilità l’ingresso e l’uscita dell’acqua dalla conca, e soprattutto una ferramenta di comando che era possibile gestire dall’alzaia. Sono le tre caratteristiche delle porte vinciane, che quindi rimasero inalterate dal disegno di Leonardo fino a inizi Novecento».
Quindi Leonardo progettò le chiuse usate fino al 1935?
«Potrebbe anche essersi limitato a fare un rilievo dal vero. Ma sembra strano che in tutti i disegni che abbiamo trovato nell’archivio di Stato, di poco precedenti e successivi a Leonardo, non ci siano questi elementi. Quindi è verosimile ritenere che fu Leonardo a progettare queste migliorie a una tecnologia che era già in uso nel territorio milanese».
Qual è stato il più grande errore nella divulgazione di Leonardo ingegnere delle acque?
«Averlo fatto passare come inventore dei Navigli, una bufala: i Navigli già esistevano ed erano navigabili. Anche dire che inventò le chiuse è controverso, forse è più corretto dire che apportò importanti miglioramenti progettuali».
Non fu l’unico progetto di Leonardo nel campo delle acque.
«Un altro importante progetto riguardava la misurazione dell’acqua. Durante il dominio francese era un problema perché era tassata, quindi per evitare speculazioni era importante misurarla correttamente. Leonardo propose due progetti: fece un disegno in assonometria del corso del Naviglio Grande all’altezza di San Cristoforo, datato 3 maggio 1509, quindi durante il dominio francese, con una serie di bocchelli regolabili per l’uscita dell’acqua. Negli stessi anni progettò anche un contatore: una sorta di mulino posizionato in prossimità di un corso d’acqua formato da una serie di bacili dal volume quantificato: i bacili, oltre a spostare l’acqua dal basso verso l’alto, la misuravano».