PAO LO NESPOLI - Il più esperto astronauta italiano
PAO LO NESPOLI - Il più esperto astronauta italiano
Lei, prima italiana nello spazio, 199 giorni, tra il 2014 e il 2015, a 37 anni, in orbita con la missione Futura: al femminile, il record di più lunga permanenza. Per lui, lo stesso record vale come italiano: 313 giorni totalizzati in tre missioni, nel 2007, 2010 e, a 60 anni, nel 2017. L’ingegnera Samantha Cristoforetti e l’ingegner Paolo Nespoli. Il veterano precisa: «Nel vocabolario della NASA, non ci sono più distinzioni di genere, manned spaceflight è stato corretto in human spaceflight. Uomini e donne, l’intera umanità, universalmente, in volo su una navicella».
Ma la qualifica di space engineer (dal lui guadagnata al Politecnico di New York), lei insiste a declinarla per sé in “ingegnera”, nel suo appassionatamente circostanziato “Diario di un’apprendista astronauta” (La Nave di Teseo). Cristoforetti, si è laureata in Europa?
«Sì, all’Università Tecnica di Monaco di Baviera. Un anno di ricerca a Mosca, per la tesi sui propellenti solidi per razzi».
Entrambi sono d’accordo nel riconoscere l’esperienza ingegneristica di Leonardo.
«Certo. Osserva la natura. Isola la funzione. Tenta di replicarla con soluzioni meccaniche. Per fare cose utili alla vita».
Come il paracadute. Che Nespoli conosce bene.
Perché?
«Il deceleratore aerodinamico abbozzato da Leonardo nel 1485, così ognuno si potrà gittare da qualsiasi altezza senza alcun rischio, ha forma di piramide quadrangolare. Molto simile a quello che usavo, 500 anni dopo, quando ero paracadutista nel contingente italiano della Forza Multinazionale di Pace in Libano. Lì, dal desiderio di misurarmi con i miei limiti, è nata la passione per il volo».
Invece, per Astrosamantha?
«Volare, il sogno nato nel paesino di montagna dove abitavo da bambina. Osservando il cielo stellato, non compromesso dall’inquinamento. La mia esperienza del paracadute? L’apertura di quello del modulo di discesa, al rientro nell’atmosfera, è stato il momento più violento, più ancora dell’impatto con il terreno».
Un bel progresso, comunque, rispetto all’attrezzatura da paracadutista progettata da un anonimo senese già nel 1450...
«Le macchine rimaste nell’immaginario collettivo grazie al tratto così felice del maestro da Vinci, in realtà, erano state anticipate da altri. Non esageriamo con il mito del genio. Come sempre nella storia umana, anche i giganti sono seduti sulle spalle di altri giganti».
L’astronauta senior dissente.
«Un talento unico. Leonardo vede quel che gli altri non vedevano. È il suo occhio di pittore ‘universale’, occhio della mente che penetra oltre le apparenze superficiali, a fargli intuire dove nella natura è riconoscibile l’azione viva dei ‘motori’».
Così avrebbe intuito il principio di funzionamento dell’elicottero?
«Ecco, il desiderio che devo ancora realizzare, pilotare un elicottero! Ho preso il brevetto di pilota d’aereo nel 1987. Ho volato per 10 anni sugli aerei della NASA. Ma qualche contrattempo mi ha sempre impedito di prendere il brevetto di volo (più costoso) per l’elicottero. A un certo punto, me lo sono persino costruito: negli Usa si trova in scatola di montaggio. Comprata vicino a Houston, dove vivo. Per provarlo, ci sono salito con una collega astronauta, e pilota d’elicotteri. Abbiamo rischiato di romperci l’osso del collo, come su un cavallo imbizzarrito: c’era da bilanciare il rotore».
Da Gerolamo Cardano sappiamo che poteva finir male pure per Leonardo e assistente, su un presunto modello sperimentale in grande scala di macchina volante: “... non ha avuto successo; egli è un grande pittore”. Ma l’importanza degli insuccessi, la chiarisce Cristoforetti.
«Durante uno dei colloqui della selezione per astronauti, la commissione insisteva proprio su questo: volevano sapere di quando e come avevo fallito. Nessuno si fida di chi non ha mai avuto un insuccesso
nella vita, perché non puoi sapere come reagirà, quando succederà. E succederà, inevitabilmente. Ne racconto diversi nel mio Diario (perciò l’ha pubblicato Elisabetta Sgarbi, che su La Nave di Teseo imbarca gli acrobati più spericolati delle Frecce Tricolori, e astrofisici esperti d’ingorghi spaziali; lo fa per un debito d’amore nei confronti del padre Giuseppe, ferrarese, commosso dal mito dell’avventato Fetonte caduto nel Po, guidando il Carro del Sole, ndr)».
Per rassicurarci, esistono gli angeli custodi?
«Sì, Juri Petrovich lo è a Zvëzdnyj Gorodok, leggendaria Città delle Stelle, nei boschi intorno a Mosca. Un tempo base militare segreta. Da mezzo secolo vi si scrive la storia degli esseri umani nello spazio: lì, l’addestramento di Jurij Gagarin e Valentina Tereškova; oggi, degli equipaggi della Stazione spaziale internazionale (ISS), per ciò che riguarda le componenti russe e, naturalmente, la navicella Soyuz».
Vi è salito anche Nespoli per l’Expedition 52/53. Che non sarà l’ultima?
«Se mai mi proponessero di andare su Marte, avrei difficoltà a rifiutare. Ci sorride il Pianeta rosso. Starci, però, deve causare un tremendo impatto psicologico: la Terra diventa una delle tante stelle, come per chi su una barchetta in mezzo all’oceano cerca di vedere la costa».
Probabile che su Marte andranno i cinesi. Ma, prima di loro, vuole ricordare che ci è arrivato Leonardo?
«Sì, a bordo della navicella della NASA Curiosity, il più grande e intelligente rover-laboratorio, giunto a destinazione nel 2012, c’era un chip contenente il suo Autoritratto e il Codice sul volo degli uccelli. Per le concezioni robotiche di Leonardo, l’ingegner Rosheim della NASA ha avuto grande considerazione».
Un passo indietro, sulla Luna. Osservata senza telescopi da Leonardo. Ne descrive nel Codice Leicester la luminosità. Trasferita sul volto della Belle Ferronière.
Prossima meta della non più apprendista astronauta?
«Se dovessi azzardare la speranza di poter un giorno compiere una missione oltre l’orbita bassa terrestre, dove si trova la ISS, si rivolgerebbe proprio alla Luna. Sarà la prossima tappa dell’esplorazione spaziale umana, per restarci».
Va “Oltre il cielo” Nespoli (nella compilation di argonauti cosmici, curata per Hoepli da Giovanni Caprara).
Ma alla fine, ai nostri due esploratori, insieme, chiediamo di scendere sulla Terra.
«L’unica astronave su cui siamo tutti imbarcati. Sette miliardi, e presto molti di più, tutti dipendenti gli uni dagli altri. Non lo capiamo, standoci dentro. Siamo un equipaggio litigioso. Invece, per la nostra sopravvivenza, dobbiamo riconciliare umanesimo e tecnica. Non in senso astratto, ma come dovere di ognuno di noi di abbracciare entrambi».