Leonardo capo di una società segreta nel film dal best-seller di Dan Brown
Leonardo capo di una società segreta nel film dal best-seller di Dan Brown
Edoardo Villata, criticissimo, anche autocritico, docente di storia dell’arte all’Università Cattolica di Milano, uno dei pochi al mondo con il privilegio di stare a tu per tu con la Gioconda.
Quando?
«Autunno 2010. Una volta l'anno, il martedì, giorno di chiusura del Louvre, Monna Lisa è estratta dalla teca di protezione, per il rituale check-up del suo stato di salute. A questa ricognizione sono invitati a rotazione alcuni studiosi, e in quell'anno il conservatore Vincent Delieuvin ha avuto la gentilezza di invitare anche me».
Nei laboratori del museo parigino si eseguono delicate operazioni di restauro sui capolavori di Leonardo lì conservati. Ma quello che il professore intende qui esporre è di diverso genere. Vuole smontare un mito?
«Smontiamo semmai la mitologia che nei secoli si è accumulata separandoci dal vero Leonardo. C'è da fare un restauro intellettuale».
Tanto per cominciare?
«Non era un enfant prodige. Quando arriva a Milano da Firenze, a trent’anni, non ha ancora uno straccio di pala su un altare. L’Adorazione dei Magi, certo, per noi un grande capolavoro, è solo un abbozzo incompiuto. Non regge il confronto con Masaccio: un grandissimo che scompare a 28 anni, o con il minorenne Mantegna: a 17 anni Andrea si fa notare dipingendo nella Cappella Ovetari».
Grande talento, ma da giovane preferisce spassarsela?
«Lo ha scritto Vasari: “... nulla e poco lavorando, del continuo tenne servitori e cavalli, de' quali si dilettò molto”».
Proprio simpatico.
«Sì, esattamente il contrario dell'immagine austera e quasi cupa, scolpita nel suo monumento commemorativo in piazza Scala a Milano. Quel che “tirava a sé gli animi delle genti” era la piacevolezza della sua conversazione ».
E il suo riconosciuto “intelletto divino e maraviglioso” autorizza il termine “genio”?
«Ammesso che il concetto di genio abbia senso, lui lo è. Ed è pure intelligente, quindi curioso, umile e generoso. Si guarda intorno, imparando da Pollaiolo, e Memling, e Masaccio, e Donatello, e Ghiberti, e da Foppa, e da Bramantino certe oltranze prospettiche, fosse anche per trasformarle in altro. E da tutti coloro che possano insegnargli qualcosa di pratico, contadini, muratori, maestri d’acque, stallieri. In cagnesco, si guarderà reciprocamente solo con Michelangelo».
Il suo volto è riconoscibile nel celebre “Autoritratto” ?
«No, da tempo è stata smentita questa interpretazione. Il ‘barbone’ della Biblioteca Reale di Torino, tipica immagine di filosofo, stilisticamente si colloca alla fine degli anni Ottanta del ‘400. Il maestro è nemmeno sulla quarantina. E a quell’epoca gli italiani ancora si radono. La barba diventerà di moda quando se la farà crescere papa Giulio II, dopo il 1510».
Anche Leonardo?
«Sì, quasi certamente non prima dei 60 anni, e così lo raffigura il fedele allievo Francesco Melzi nel profilo a sanguigna conservato a Windsor, di cui una copia all’Ambrosiana. Questa, l’immagine più affidabile».
Mentre quella dell’incisione di Cristofano Coriolano a corredo di biografie ed edizioni del Trattato di pittura dal 1568?
«È la grimage riservata e ombrosa, che diventa ufficiale. Punto d’appoggio per illustrare la leggenda di una personalità ambigua e geniale, sul discrimine tra scienza ed ermetismo. Leonardo mago e occultista è un’invenzione del tardo romanticismo».
Prima?
«Qualunque erudito o amateur d’art nel Seicento o Settecento non avrebbe avuto problemi a dire che Leonardo, certo uno dei sommi, non è però all’altezza di Raffaello, e neppure di Correggio. La leonardomania è cosa moderna».
Lo è pure Leonardo icona gay?
«Probabilmente era, tecnicamente, bisessuale. Come l'allegrissimo Cellini. In quel contesto culturale e antropologico, con le botteghe artistiche frequentate da giovani modelli, e i sonetti amorosi per uomini prassi diffusa (da Poliziano a Michelangelo, fino a Shakespeare), anche papa Giulio II è dipinto dai suoi nemici come un omossessuale. Per lui, pronto a indossare l’armatura per andare in battaglia, il modello, anche in questo, era Giulio Cesare».
Superuomo?
«Mito che si forma in un'ottica politica. Leonardo, esponente della Milano che rinasce come capitale con Napoleone, lo consacrano gli studi di Bossi sul Cenacolo. Superuomo nazionale, lo celebrano D'Annunzio e il fascismo».
Inverosimile un ‘patriota’ nell’Italia rinascimentale?
«Leonardo è un italiano filofrancese. Come la Repubblica fiorentina, Cesare Borgia, Giuliano de' Medici e papa Leone X, i suoi datori di lavoro. Quando Milano è occupata dal re di Francia, si avvicina subito al suo rappresentante. E dalla città si allontana con la restaurazione sforzesca, temendo rappresaglie come traditore».
E se mai si fosse trasferito a Instanbul?
«Di certo, c'è solo negli archivi dell'Impero Ottomano la sua lettera al Sultano Bajazet II, con il progetto di un grandioso ponte sul Bosforo. La verità, secondo me almeno, è il suo sogno di una vita avventurosa».
Sfuggente, rassegniamoci. Nonostante i progressi delle ricerche, dopo la fondamentale esposizione “Leonardo da Vinci. La vera immagine” (con il contributo di Villata), ci resta in mano lo specchio profondo dove Baudelaire invita a cercare, ma appaiono solo angeli con un sorriso carico di mistero...
«No, Leonardo non è misterioso. Piuttosto, è complesso. Lo ha spiegato bene Longhi, nel 1952, cinquecentenario della nascita, con un confronto, denso, serrato e teso fin quasi alla sofferenza. Ne è emerso il legame ombelicale con la concezione del “lume universale ” della cultura fiorentina, ma anche la disperata tensione a superarla tutta, quella cultura: superare il primato della linea, della pittura di luce, della prospettiva. Questa, l’irriducibile ‘difficoltà’ di Leonardo».

MA UN ATTESO PREQUEL DELLA NBC RIPRENDERÀ LA SAGA DI DAN BROWN
Raccontare frottole può sviluppare un’economia: 758.239.851 dollari in tutto il mondo ha incassato il film “Il Codice Da Vinci”, tratto dal best-seller di Dan Brown (85 milioni di copie vendute). Ultimo anello di una rappresentazione di Leonardo come mago o ‘magio’, che ha radici lontane. Nella romantica teoria speculativa dell’arte quale veicolo privilegiato per accedere a una realtà superiore, un artista sia pure multiforme come il maestro da Vinci non può sembrare altro che una sorta di stregone o di medium, dotato di poteri sciamanici. Anche illustri, certi interpreti: Paul Valery, Walter Pater, John Addington Symonds, Gabriele D’Annunzio. Oltre agli occultisti fioriti intorno ad Alphonse-Louis Constant, alias Èliphas Lévi. Per esempio, il dottor Papus, Stanislas de Guaita, il Sâr Péladan... E non è ancora finita. La NBC, una delle emittenti televisive più potenti del mondo, sta lavorando a una serie prequel de “Il Codice Da Vinci”. Titolo: “Langdon”. Thriller-drama incentrato sul protagonista dei famosi 4 libri di Dan Brown. Questa volta Robert Langdon non potrà però avere il volto di Tom Hanks, perché è ancora un giovane professore, costretto dalla CIA a entrare a far parte di una task force dove scopre una nuova agghiacciante cospirazione, ovviamente sempre intrecciata alla Massoneria.