Ibrahima Mbaye, Difensore Bologna
Ibrahima Mbaye, Difensore Bologna

"Certe cose succedono solo dove sono tollerate: e nel calcio lo sono. Non mi sono mai successi episodi spiacevoli nella vita di tutti i giorni"

NATO A Guediawaye (Senegal) 
ETÀ: 24 anni
SQUADRA: Bologna
RUOLO: Difensore

Nato a Guediawaye, in Senegal, ma italiano d’adozione. È la storia di Ibrahima Mbaye, terzino destro del Bologna classe 1994, che nel nostro paese è arrivato 10 anni fa dall’Etoile Lusitana, scuola calcio fondata da José Mourinho. Dall’Africa all’Inter, grazie all’agente Giuseppe Accardi, per tentare e riuscire a sfondare nel grande calcio. Ma in Italia il ragazzo ha trovato pure una seconda famiglia, che lo ha accolto come fosse un figlio: quella dell’agente, che insieme alla moglie Antonella e alle figlie Talita e Naomi hanno deciso di avviare le pratiche per l’adozione, ancora in corso.
Ibrahima Mbaye, l’Italia è diventata la sua seconda casa.
«Non potrò mai ringraziare abbastanza Beppe e mamma Antonella per quello che hanno fatto per me. Sono stati fondamentali, una famiglia vera e propria in tutto e per tutto. Non è facile per un ragazzino di 14 anni arrivare in un paese nuovo, senza conoscere la lingua e con una cultura diversa. Ci sono sempre stati, ormai è 10 anni che sono in Italia e mi ci sento a casa».
E a Bologna è il giocatore con la più lunga militanza nella squadra insieme a Da Costa?
«È un orgoglio. Ci ho comprato casa a Bologna, tanto per spiegare come mi ci trovo bene e come sono entrato nella vostra mentalità. Non so cosa farò dopo il calcio, intanto è un investimento per il futuro».
Tornando al recente passato: Inter-Bologna, le sono stati indirizzati dei buu razzisti.
«Devo essere onesto: lì per lì non me ne ero neppure accorto. Quando battevo le rimesse laterali c’erano due o tre personaggi che mi insultavano, ma ero concentrato sulla partita e al contesto non badavo più di tanto. Ho realizzato dopo, parlando con la stampa nel dopo partita e poi rivedendo il tutto a mente fredda».
E che ha provato?
«La verità è che provo un po’ di speranza».
Perché?
«Perché lo stadio si è dissociato, ha coperto i buu con i fischi. Questa è la dimostrazione che se un problema lo si vuole affrontare, lo si può pure vincere».
Chiamiamo il problema con il suo nome: razzismo. In Italia è ancora una piaga.
«Ne parlo spesso anche con i compagni di nazionale. La verità è che gli unici che non ci devono fare i conti sono i ragazzi che giocano in Inghilterra. In Francia, Spagna, Italia e Germania, chi più chi meno ci ha dovuto fare i conti».
Nella vita?
«A me nella vita non è mai successo. Nessuno ha mai avuto il coraggio di venire a dirmi in faccia negro di m... o cose simili».
Quindi il problema è negli stadi e nel mondo del calcio?
«Il problema, a mio avviso, è che certe manifestazioni avvengono dove sono tollerate. E nel calcio lo sono. Ribadisco nella vita di tutti i giorni non accade. Al più può accadere di essere guardato con stupore se entri in certi locali, hotel o ristoranti costosi. Ma questo può anche essere dovuto alla poca abitudine di vedere uomini neri con dei soldi in tasca. Questo non è necessariamente razzismo e a episodi così è giusto rispondere con l’ironia e un sorriso».
Ai buu, invece, Ancelotti intende reagire fermando le partite.
«Fosse il mio allenatore lo ringrazierei. Anzi lo ringrazio comunque. Visto lo spessore e l’umanità del personaggio, vale più una sua battuta di dieci anni di battaglie socio-culturali. È bello che voglia combattere per rendere il calcio italiano e l’Italia un posto migliore ed è bello che si sia schierato in favore di un suo giocatore, che è pure un mio amico Koulibaly».
Lo ha sentito?
«Sì, dopo i fatti di Inter-Napoli. Ero senza parole. La verità è che è una persona buona e chi lo conosce non può odiarlo. Il problema, in fondo, è tutto lì. Nella mancata conoscenza».
In che senso?
«Io non ho mai visto razzismo all’interno di uno spogliatoio: una squadra di calcio è come una famiglia, dove si sta assieme, ci si confronto, ci si conosce. E dove c’è conoscenza i pre concetti e pregiudizi cadono, per lasciar posto al rispetto e alla comprensione. Succede negli spogliatoi e nella vita».
Non durante le partite, però.
«Perché c’è a chi fa comodo lo status quo. Dopo il caso Koulibaly guarda caso sono arrivate punizioni e il caso è diventato pubblico grazie ad Ancelotti e con me le cose sono andate diversamente. Estirpare il razzismo dagli stadi è solo una questione di volontà. Se gli stadi verranno resi dai vertici posti in cui, come nella vita di tutti i giorni, certi pensieri e modi di fare non sono accettati, i buu scompariranno».
Eppure c’è chi continua a pensare che i difensori africani siano più soggetti a cali di concentrazione. Le è mai capitato di scontrarsi con allenatori o compagni con questo tipo di preconcetti?
«A me non è successo, ma mi capitasse risponderei con un paio di domande: Koulibaly è il difensore più forte che ci sia in Italia e tra i migliori del mondo. Da che continente viene? Come la mettiamo?».