L’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, 81 anni (FotoSchicchi)
L’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, 81 anni (FotoSchicchi)
Il Professore fa quattro rampe di scale (non prende l’ascensore, guai) e scende nel sole della sua piazza Santo Stefano, in giacca e cravatta. Ci sentiamo subito in difetto: "Professore, non ho messo la cravatta…". "Vado su a togliermela anch’io" e sorride con gli occhi stretti, Romano Prodi, come quando una cosa lo diverte. Due foto seduti sulle palle di metallo con la chiesa sullo sfondo. Uno coi capelli bianchi e un Professore, tutti e due legati a Bologna, si danno del tu o del lei? "Del voi", risponde. Ride, poi propone: "Facciamo così, diamoci del lei. Per rispetto al lettore". Affare fatto. Si sale nel suo salotto, con i tetti rossi che risaltano dalla finestra e con Flavia, la moglie, che scodella i caffè. Professore, che effetto fa per uno di Scandiano diventare praticamente bolognese, un simbolo di Bologna ? "Noi stiamo ora parlando seduti su un divano, in un angolo in cui sto ininterrottamente dal 1969, ed ero già a Bologna da cinque anni! Più bolognese di così! Negli ultimi 10 anni anche per il calcio. Non ci avrei mai pensato. Adesso sono quasi un maniaco. Tifo Bologna e non perdo una partita. E Palacio che va via mi addolora. In fondo era il più... giovane della squadra". (Ma guarda. Il Prof modello ultras) Che cosa le piace di Bologna, la rotondità, le facce tonde, il cardinale Lambertini, Dozza, Gino Cervi? "Sì la rotondità, ma c’è voluto del lavoro. Perché il reggiano, si sa, ha la testa quadra e allora è un problema di spigoli… Sto scherzando, ma non troppo: Bologna è una città sferica, che accomoda tutto, e Reggio è invece spigolosa, ma mi sono trovato bene da tutte e due le parti". Le fanno le battute sulla mortadella. Che guarda caso è rotonda. "Certamente non me la prendo! A parte il fatto che la mortadella è squisita, se noi italiani avessimo fatto lo stesso progresso che ha fatto la mortadella, saremmo i primi al mondo. Da cibo di...

Il Professore fa quattro rampe di scale (non prende l’ascensore, guai) e scende nel sole della sua piazza Santo Stefano, in giacca e cravatta. Ci sentiamo subito in difetto: "Professore, non ho messo la cravatta…". "Vado su a togliermela anch’io" e sorride con gli occhi stretti, Romano Prodi, come quando una cosa lo diverte. Due foto seduti sulle palle di metallo con la chiesa sullo sfondo. Uno coi capelli bianchi e un Professore, tutti e due legati a Bologna, si danno del tu o del lei? "Del voi", risponde. Ride, poi propone: "Facciamo così, diamoci del lei. Per rispetto al lettore". Affare fatto. Si sale nel suo salotto, con i tetti rossi che risaltano dalla finestra e con Flavia, la moglie, che scodella i caffè.

Professore, che effetto fa per uno di Scandiano diventare praticamente bolognese, un simbolo di Bologna ?
"Noi stiamo ora parlando seduti su un divano, in un angolo in cui sto ininterrottamente dal 1969, ed ero già a Bologna da cinque anni! Più bolognese di così! Negli ultimi 10 anni anche per il calcio. Non ci avrei mai pensato. Adesso sono quasi un maniaco. Tifo Bologna e non perdo una partita. E Palacio che va via mi addolora. In fondo era il più... giovane della squadra". (Ma guarda. Il Prof modello ultras)

Che cosa le piace di Bologna, la rotondità, le facce tonde, il cardinale Lambertini, Dozza, Gino Cervi?
"Sì la rotondità, ma c’è voluto del lavoro. Perché il reggiano, si sa, ha la testa quadra e allora è un problema di spigoli… Sto scherzando, ma non troppo: Bologna è una città sferica, che accomoda tutto, e Reggio è invece spigolosa, ma mi sono trovato bene da tutte e due le parti".

Le fanno le battute sulla mortadella. Che guarda caso è rotonda.
"Certamente non me la prendo! A parte il fatto che la mortadella è squisita, se noi italiani avessimo fatto lo stesso progresso che ha fatto la mortadella, saremmo i primi al mondo. Da cibo di poco prezzo e snobbato da tutti, la mortadella è diventata un piatto raffinatissimo. E questo vuol dire progresso".

Bologna che cambia. E tante critiche...
"Esiste sempre il rimpianto dei tempi passati e a Bologna si parte dalla critica ai dehors. In fondo il dehors svolge la funzione tradizionale del bar. Con la differenza che al dehors i bolognesi non sono soli, ma siedono insieme a turisti che vengono da tutto il mondo. E che fra poche settimane ritorneranno. Questa è la nuova Bologna, ma la chiave è la stessa del bar: stare insieme e parlare. È bene ricordare che, in qualsiasi ambiente, di svago, di lavoro, di studio, il bar ha una funzione determinante. Il luogo dove ci si scambiano riflessioni e si confrontano liberamente le idee. Qui, come nella Silicon Valley. All’Università non si viene solo per studiare: si pascola. E a Bologna professori e studenti pascolano ovunque. Esiste un’infezione creativa, oltre che un’infezione dannosa. Per questo motivo il lavoro a distanza ha dei limiti!!!".

(Il Professore si fa profondo. L’occhio e il pensiero in avanti. Non c’è la nostalgia, piuttosto la curiosità per il domani, cosa che le persone in maturità avanzata non hanno di solito come caratteristica comune)

Certo che ne ha viste di tutti i colori. Roma, il senso romano delle cose, Palazzo Chigi, la storia che si scrive e si riscrive...
"Alt. Credo di essere unico, fra quelli che hanno vagabondato come me, che non si è mai trasferito. Né a Roma né a Bruxelles né altrove. Ho sempre mantenuto la casa, la famiglia, gli amici a Bologna. Ne ho viste di tutti i colori, ma il colore che ho scelto è questo".

C’è un film del ’62 diretto da John Ford, L’uomo che uccise Liberty Valance , con John Wayne. Non si potrebbe allora fare: L’uomo che batté la destra due volte alle elezioni ? In fondo sarebbe un altro bel western.
(Ride, anzi sorride sotto i baffi senza averli) "Quando ho fatto quella battaglia c’era dietro un’idea nuova, forte. Dopo le divisioni dovute alla guerra fredda pensavo che, anche in Italia, fosse necessario mettere insieme i diversi riformisti, e che qualcun altro facesse la stessa cosa con i conservatori. La prima ragione per cui vinsi è che il mio progetto rispondeva al desiderio di tanti. La seconda è che Berlusconi non mi prese sul serio. Partì troppo tardi perché pensava che uno che girava per l’Italia su un pullman scassato non potesse vincere le elezioni. Fece l’errore che fa chi è più ricco, più forte e si crede invincibile. Partì che pensava di vincere 5 a 0 e invece perse 6 a 5".

Quell’idea vincente nacque sotto le Due Torri.
"Certo. La formazione emiliana contò moltissimo nel riformismo. Vedevo i progressisti cattolici, socialisti e comunisti combattersi tra di loro anche se avevano tante cose in comune sui problemi sociali. Io sono nato con quella contraddizione addosso. A Reggio il mio padrone di casa era il partito comunista e la mia famiglia notoriamente cattolica. Certamente se il mio primo governo fosse durato più a lungo avrebbe cambiato il Paese, perché il progetto era giusto. Poi i giochi politici dei diversi partiti non l’hanno reso possibile, ma la base lo voleva e, ancora oggi, ha nostalgia di quel disegno vincente".

Si dice nel calcio che il fuoriclasse fa le cose semplici. Anche in politica è così?
"Nella mia vita politica ho incontrato dei geni che non valevano nulla come politici, e delle persone semplici che erano vincenti. Ho avuto ad esempio una grande ammirazione per Helmut Kohl, il cancelliere tedesco. Non era un genio, ma ho imparato da lui ad arrivare al sì o al no con un ragionamento semplice. ‘ Ja… oder nein… ’ (sì o no). La coerenza della semplicità. Non servivano per lui passi di danza. Oggi siamo pieni di gente che danza e non combina niente".

Ma l’italiano, professore, non è cambiato troppo? Con questi social che hanno rivoluzionato il modo di fare…
"È cambiato il mondo. Non l’Italia. Anche negli Usa è la stessa cosa. Alcuni Paesi, come la Germania, resistono un po’ di più, ma il movimento è questo. È il social che ti spinge a dire tutto su tutto. Nei social è come se tu vivessi sempre al bar. Nel bar se non parli mai non vali nulla".

Ma tutti condizionano tutti, in maniera deflagrante.
"Una volta si diceva: ‘ Al là det al giurnèl ’, l’ha detto il giornale. Adesso lo dice ’il social’. Il fatto di non guardare ai media o ai predicatori con un pensiero critico e personale è sempre stato il problema dell’umanità. In fondo ci sentiamo rassicurati a vivere in un gregge".

E come si fa allora?
"Mah, io credo che ci sarà presto una progressiva reazione. Vedo, a cominciare dall’America, che stanno nascendo anticorpi nei confronti dei social".

Che cosa diverte ancora il professore, leggere, andare in bici, guardare le serie tv?
"Leggo moltissimo. Vado in bici, ma non più col freddo. In inverno corro. Non ai Giardini Margherita, ma in città. Bologna, al mattino presto, non solo in centro ma anche nei quartieri, è uno spettacolo. La Bolognina e i canali per esempio, non hanno nulla di speciale, ma sono davvero belli. Vedo pochissima tv. Sono insofferente ai tempi troppo lunghi, ormai comuni di tutte le trasmissioni televisive".

E questa pandemia? Che idea si è fatta, visto che ognuno ha la sua?
"L’idea di quando arriva la grandine. E bisogna stare in casa. È stata una grande lezione per me, che ricordavo mia madre quando mi parlava della Spagnola. La pandemia mi ha dato il senso della debolezza dell’umanità, del fatto che non comandiamo la natura, e che possiamo solo difenderci".

Fare il presidente del Consiglio oggi è una bella ’pesca’?
"Beh, è una bella sfida. Il Paese non è mai stato così demoralizzato e triste come adesso. C’è la consapevolezza che siamo all’ultima mano di un grande gioco per la sopravvivenza dell’Italia. La crisi precedente ci ha travolto più degli altri perché è stata messa in atto una politica europea sbagliata. Eravamo l’anello debole di una catena che, se non aggiustava i ganci, sarebbe saltata. I ganci adesso ci sono. Ho buone speranze per il futuro, anche se non sarà facile perché abbiamo poco tempo. Non illudiamoci che da Bruxelles non ci facciano gli esami. L’occasione però c’è. Al vertice del nostro paese ci sono le persone migliori che ci possano essere. Mattarella, Draghi e, per me, Letta sono persone nelle quali mi identifico".

Glielo chiedo se sogna di fare il presidente della Repubblica?
"Me lo chieda. Le rispondo che, oltre l’ostacolo dell’età, non è il mio mestiere. Sarebbe stato forzato anche l’altra volta, quando ho avuto il voto contrario del Parlamento. Il ruolo di mediazione a cui è obbligato il presidente della Repubblica non è il mio. Non sono certo un fanatico, ma non sono super partes : ho idee molto precise. Sono sempre stato un uomo di parte, sempre aperto e comprensivo, ma lo sono ancora. Ecco, mi piacerebbe fare il sindaco di Bologna, se avessi 15 anni in meno".

Glielo chiedo se le piace Lepore, o la Conti, o Aitini o altri?
"No, non me lo chieda (pausa) . Però potrei dire una cosa un po’ maliziosa, ma semplice: per partecipare alle primarie di coalizione… (pausa molto lunga) … bisognerebbe prima di tutto far parte della coalizione".

Stefano Bonaga ha detto che il Pd è un gruppo di tassisti senza il taxi. È d’accordo?
"Vorrei leggermente correggere il mio amico Bonaga: il taxi c’è, ma è molto scassato. Per fortuna esistono i carrozzieri".
Fine della chiacchierata. Nei saluti succede una cosa bella. Non stringevo una mano da un anno e mezzo. Beh, ci siamo salutati con una stretta di mano. Di quelle di una volta. E si va via più contenti.