Mercoledì 24 Luglio 2024
RAFFAELE MARMO
Politica

Ricolfi su Cottarelli "Sinistra e merito divisi ormai da tempo Il Pd è tornato Pci"

Il sociologo analizza le ragioni delle dimissioni dell’economista "Ha ragione lui, caduto Renzi i dem hanno imboccato un’altra strada. L’idea liberale è che tutti devono avere uguali condizioni di partenza". .

di Raffaele Marmo

Il senatore Carlo Cottarelli lascia il gruppo Pd di Palazzo Madama contestando a Elly Schlein di aver fatto sparire il merito dalla carta dei valori del partito. Come valuta questa motivazione?

"Ineccepibile, anche se un po’ tardiva – esordisce netto Luca Ricolfi, sociologo e politologo di lungo corso che non fa sconti nelle sue analisi, spesso dirette e impietose – È da tempo, non dall’elezione di Elly Schlein alla segreteria, che il Pd ha abbandonato le idee liberal-socialiste da cui è nato".

Quando e come le ha abbandonate?

"Il problema del Pd è che, negli ultimi 15 anni, è riuscito nell’impresa di mettere in scena ben due abbandoni. Primo, ha abbandonato le bandiere classiche della sinistra storica, come la difesa dei deboli, la libertà di espressione, l’emancipazione attraverso la cultura (ne ho parlato nel mio ultimo libro, La mutazione, Rizzoli). Secondo, dopo Renzi ha abbandonato anche le bandiere della sinistra liberale, come la concorrenza, le liberalizzazioni, il merito. E questo, ripeto, non da ieri, ma almeno da Zingaretti e Letta in poi. È strano che Cottarelli non si fosse accorto di nulla…".

Ma, quando parliamo di merito, a che cosa ci si riferisce? Quali sono le sue declinazioni?

"Quando si parla di merito si intendono essenzialmente due cose, molto diverse da loro. La prima è l’idea liberale di attenuare le diseguaglianze di partenza, in modo che ognuno possa arrivare fin dove il suo talento e il suo impegno lo portano. Il che, al giorno d’oggi, significa massicci investimenti nella scuola e nell’università, con speciale attenzione ai “capaci e meritevoli ma privi di mezzi”, che dovrebbero essere messi in condizione di “raggiungere i gradi più alti degli studi”. È quel che prevede l’articolo 34 della Costituzione, mai effettivamente attuato. Ma c’è anche una seconda accezione di merito, più tecnocratica e controversa".

Quale?

"In questa accezione merito significa “meritocrazia”, e premiare il merito significa anche dare un grande potere (kratos) alle burocrazie della valutazione, in tutti gli ambiti: scuola, con i test Invalsi sugli studenti e la valutazione degli insegnanti (quest’ultima mai effettivamente attuata); università, con i test di ingresso per gli studenti, e la valutazione della ricerca per premiare e punire i dipartimenti; Pubblica amministrazione, con i ricorrenti tentativi di misurare la performance dei dipendenti pubblici".

Quale è stato in questi ultimi decenni e quale è oggi il rapporto della sinistra con il merito come da lei definito?

"Direi che la sinistra ha spesso (non sempre) favorito le riforme meritocratiche, mentre ha invece combattuto una strana crociata contro l’articolo 34 della Costituzione, visto come discriminatorio nei confronti dei non meritevoli. Nella sinistra è sempre prevalsa l’idea che la scuola dovesse curarsi degli studenti in difficoltà, non dei “bravi a scuola”, che proprio perché bravi non avrebbero alcun bisogno di essere premiati".

E invece?

"Dimenticando, invece, che circa un terzo dei “bravi a scuola” vive in famiglie svantaggiate, e senza un aiuto pubblico non è in grado di “raggiungere i gradi più alti degli studi”. La sinistra, disgraziatamente, li ha sempre trattati con sufficienza, un po’ come Don Milani trattava “Pierino del dottore”. Ieri come oggi".

Ritiene che con Schlein siamo tornati a prima delle tesi socialiste di Claudio Martelli al congresso di Rimini sui meriti e i bisogni?

"Esattamente. Con Schlein è come se fossimo tornati ai tempi del Partito comunista. Con una differenza cruciale, però: allora c’era il Partito socialista a controbilanciare il Pci, oggi ci sono solo i velleitarismi di Renzi e Calenda. Hanno vinto i bisogni, i meriti stanno a guardare".

La premier Giorgia Meloni, a sua volta, ha sostenuto di voler puntare sul merito e, anzi, ha voluto che il ministero dell’Istruzione si chiamasse anche "del merito". Basta cambiare nome?

"Ovviamente non basta, la via maestra è attuare l’articolo 34 della Costituzione a tutti i livelli. Non solo nella scuola, ma anche nell’Università, dove gli importi delle borse di studio sono del tutto inadeguati, specie per i fuori sede delle università del Centro-Nord. Finché non si porteranno almeno a 10 mila euro l’anno le borse di studio per i non abbienti, avremo sempre un’università di studenti-lavoratori, costretti a studiare nei ritagli di tempo lasciati dal lavoro, e spesso ad abbandonare gli studi".

Che cosa manca alla destra o al centrodestra per dare senso al concetto di merito?

"Io non credo che tocchi solo al governo promuovere il merito. Il nepotismo è un male del Paese, non solo dei governi. Così il sistema delle raccomandazioni e delle conoscenze. Gli ambiti in cui un governo potrebbe intervenire mi sembrano importantissimi, ma circoscritti. Uno lo abbiamo giù visto: generose borse di studio per i capaci e meritevoli, dall’assolvimento dell’obbligo fino alla laurea di 2° livello (su questo sto ultimando un libro, La rivoluzione del merito, sempre per Rizzoli). Un altro è di tornare a esami di abilitazione e concorsi pubblici seri, possibilmente con colloqui in presenza, buttando nel cestino quiz e test".

È questa la sua Rivoluzione del merito?

"Sì. Insomma: più merito, meno meritocrazia. So che molti, a destra e a sinistra, non saranno d’accordo. Ma, per me, rivoluzione del merito significa anche lasciarci alle spalle l’impero dei test".