Renzi al dibattito sul finanziamento della politica in Senato (LaPresse)
Renzi al dibattito sul finanziamento della politica in Senato (LaPresse)

Firenze, 14 dicembre 2019 - Due inchieste aperte nel giro di qualche settimana contro la Lega di Matteo Salvini, quella sulla renziana fondazione Open. Tutte con ipotesi di reato ampiamente da verificare, almeno da quanto è dato conoscere, visto che le polemiche sugli incroci pericolosi tra voli di stato e impegni elettorali sono comuni ai politici di ogni epoca ma l’inchiesta è scattata solo stavolta, visto che la seconda indagine sulla Lega è per la storia dei 49 milioni che credevamo in qualche modo conclusa, visto che sulla fondazione Open niente è emerso oltre che finanziamenti effettuati per bonifico e regolarmente denunciati. Dall’unica tra le fondazioni politiche che, peraltro, presenta i bilanci, al contrario di quasi tutte le altre che nascondono nei cassetti la propria contabilità. Non un soldo in nero, non un’intercettazione imbarazzante, niente.

E senza voler cedere alla tentazione di un retroscenismo d’antan, non è possibile non cogliere in tutto questo un rinnovato acutizzarsi dello scontro tra una parte della classe politica e una parte della magistratura. Più che altro non è possibile non cogliere un accrescimento anomalo del potere che la magistratura inquirente ha raggiunto. L’entrata in vigore a gennaio di una riforma della prescrizione che consegnerà le nostre esistenze all’eterno ricatto dei tribunali, o alle loro inefficienze, chiude il cerchio aperto con la codifica nel 2012 di un altro reato graditissimo ai magistrati, quello di traffico d’influenze, varato guarda caso durante il governo dei tecnici. Senza contare le continue violazioni del segreto d’ufficio, queste si che nessuno persegue, che vanno immancabilmente a colpire gli indagati o chi sta per esserlo. Tipo le notizie riservate sul prestito della casa di Renzi, in possesso a pochissimi e nel cassetto da almeno un anno, venute alla ribalta proprio in concomitanza della notizia dell’inchiesta Open, o la somministrazione anche in questo caso chirurgica delle carte delle ultime inchieste: poco dopo che giovedì mattina Matteo Renzi aveva terminato il suo intervento al Senato su politica e giustizia, ecco che filtravano ad alcuni giornali le carte del decreto di sequestro per Open. Niente di particolare quanto a contenuti, ma sufficienti a coprire mediaticamente l’evento romano.

In tutto questo la politica è sostanzialmente silente. Una parte è ovviamente complice. Cosciente della propria debolezza, si affida alla forza dei pm. I grillini sanno di essere deboli, ma facendosi alfieri della repubblica delle procure recuperano un loro spazio di manovra. Innanzitutto non sono toccati dalle inchieste, se non per qualche vicenda minore e tutto sommato prontamente passata agli archivi (vedi Roma), poi restano al centro della scena, loro e gli alfieri mediatici che li rappresentano.

In un anno e mezzo al governo, il Movimento Cinquestelle ha fatto retromarcia in pratica su tutto, dalla Tav, al Tap al Mes, e solo sulla prescrizione ha minacciato la crisi. Bonafede inanella gaffes su gaffes, ma nessuno lo mette seriemente in discussione. Il Partito democratico balbetta, ogni tanto ha qualche sussulto garantista, ma sostanzialmenmte si allinea ai grillini. Più che altro è tutta la politica a non mostrare un segno di reazione, anche quando tutti comprendono le coordinate dell’attacco in corso. Nel momento in cui si mette in dubbio la legalità di ogni forma di finanziamento tanto che si perquisisce all’alba chi ha regolarmente sovvenzionato una fondazione, tutti i partiti dovrebbero in qualche modo preoccuparsi. Invece niente, tutti zitti, dietro alla convenienza del momento, che è quella di indebolire un avversario politico, o alla paura di qualche rappresaglia. Nonostante che di dieci politici che incontri, dieci ti dicano che sulla storia di Open Renzi ha ragione, poi in Senato in pochi hanno assistito al dibattito, e in ancor meno hanno preso la parola per difendere il collega-avversario. Il Pd è rimasto muto. La politica può in sostanza solo piangere se stessa. Il potere non è stato strappato dai giudici con la violenza, è sempre stato ceduto dai politici. Accadde nel ’93, quando a furor di popolo fu abolita l’immunità parlamentare, il primo dei tanti cedimenti alla repubblica dei pm a quel tempo rappresentata dal pool Mani pulite.

I cui componenti, ricordiamolo per inciso, una volta smessa la toga hanno fatto carriera nelle file della sinistra: Tonino Di Pietro fu candidato dai Ds al Senato nel Mugello, Gerardo D’Ambrosio divenne senatore dei Ds, Gherardo Colombo fu nominato nel cda della Rai da associazioni di area Pd, Elena Paciotti presidente dell’Anm in quegli anni cruciali fu poi europarlamentare Pds. E’ accaduto anche in seguito, quando le toghe hanno occupato spazi non propri: quando hanno creduto di poter decidere la strategia indistriale del Paese era perché la politica non ne aveva elaborata una, quando hanno preso spazio sul fine vita è perché non esisteva una legge, quando adesso i pm vogliono intervenire sul finanziamento è perché la normativa sui partiti e sui loro finanziamenti è ancora una volta lacunosa. Un circuito vizioso da cui a questo punto è difficile uscire.