Alessandro Di Battista (ANSA)
Alessandro Di Battista (ANSA)

Come volevasi dimostrare, i grillini, almeno quelli "ufficiali", maggioritari, governativi, non hanno chiuso le porte in faccia a Matteo Renzi. Nonostante lo detestino, ricambiati, sanno che il dialogo con Italia viva è l’unico modo per rimettere in piedi un governo che li veda di nuovo dentro. E, come era scontato, hanno proposto il nome di Giuseppe Conte. Ora si tratterà di capire se tutto il Movimento seguirà la posizione dei vertici. La gran parte dei peones guarda con terrore alle elezioni, come pure quegli esponenti che nel corso di questi due anni hanno avuto modo di sedersi su qualche poltrona di governo o sottogoverno. Per loro, la priorità è che tutto resti com’è. C’è invece una parte del Movimento che non è seduto su nessuna poltrona e che guardacaso ha una diversa idea dello sviluppo che deve prendere la crisi. Parliamo di Alessandro Di Battista, Barbara Lezzi e altri che sono rimasti esclusi dal tavolo imbandito del Conte II e che subito dopo la presa di posizione ufficiali di Crimi al Quirinale hanno iniziato a tuonare contro Renzi, mettendo a rischio l’unità dei Cinquestelle.

Per loro, paradossalmente, potrebbe essere molto più conveniente cercare di rompere il fronte per andare alle elezioni subito, così da riportare il movimento su posizioni identitarie, più vicine alle origini. Un movimento non più al 33 e forse neppure al 12-13 a cui adesso è quotato, ma con una spendibilità politica maggiore. Almeno per loro. Solo quando le carte verranno ridistribuite, Di Battista, Lezzi, Toninelli potranno aspirare a rientrare in gioco. E a sedersi anche loro su qualche poltrona. Vedrete che come d’incanto in quel momento tutto il loro fervore movimentista si cheterà. Sempre che a quel giorno il Movimento Cinquestelle esisterà per come lo abbiamo conosciuto e non abbia vissuto la sua prima consistente scissione. Dibba non è un Giarrusso qualunque che lo espelli e nessuno se ne accorge.