Matteo Salvini e Luca Morisi (Ansa)
Matteo Salvini e Luca Morisi (Ansa)
L’ordine di scuderia è tassativo. E tutti (o quasi) si adeguano. "Non sta succedendo niente", la solita "panna montata alla vigilia delle elezioni", l’esito delle amministrative "si misura sul numero dei sindaci, non sul voto di lista, né sui risultati delle piazze principali". Chiacchiere. La preoccupazione per il verdetto delle urne che si aprono domenica nel Carroccio cresce di ora in ora. Era già elevata, adesso si è impennata con la brutta storia della “bestia“ intrappolata. Di quel Morisi, cioè, che non era l’ultimo arrivato, ma il braccio destro di Salvini, la mente dietro l’exploit di consensi del 2019. Il rischio che una tornata circondata da attese non propriamente ottimistiche finisca peggio c’è tutto. "Non mi pare proprio casuale che una notizia del genere esca nell’ultima settimana: l’indagine, secondo le cronache,...

L’ordine di scuderia è tassativo. E tutti (o quasi) si adeguano. "Non sta succedendo niente", la solita "panna montata alla vigilia delle elezioni", l’esito delle amministrative "si misura sul numero dei sindaci, non sul voto di lista, né sui risultati delle piazze principali". Chiacchiere. La preoccupazione per il verdetto delle urne che si aprono domenica nel Carroccio cresce di ora in ora. Era già elevata, adesso si è impennata con la brutta storia della “bestia“ intrappolata. Di quel Morisi, cioè, che non era l’ultimo arrivato, ma il braccio destro di Salvini, la mente dietro l’exploit di consensi del 2019. Il rischio che una tornata circondata da attese non propriamente ottimistiche finisca peggio c’è tutto. "Non mi pare proprio casuale che una notizia del genere esca nell’ultima settimana: l’indagine, secondo le cronache, è partita molto prima", attacca il senatore Stefano Candiani. Fd’I tallona il Caroccio: il rischio di un sorpasso della Meloni c’è. "Di percentuali si parla alle politiche – scandisce un colonnello salviniano – alle amministrative ci interessa prendere un comune più di quelli che abbiamo attualmente".

Per quanto nel cerchio ristretto lo neghino, un effetto immediato, come notano gli avversari, l’avrà: il leader del Carroccio farà fatica in questi giorni ad andare nelle piazze e parlare di sicurezza e droga, considerando i problemi dell’ex guru dei social da anni al suo fianco. Non significa che, almeno per ora, la posizione del Capitano sia pericolante. Di front-man nel Carroccio ce ne sono pochi e quell’unico non può essere toccato. Ma sul futuro politico della Lega si giocherà subito dopo le elezioni una partita durissima. Giancarlo Giorgetti, in un’intervista alla Stampa che – a sentire gli intimi – avrebbe alquanto irritato Salvini, veicola messaggi precisi al partito. Parlando dei candidati del centrodestra, non solo stronca Luca Bernardo a Milano ("Sala può vincere al primo turno") e Enrico Michetti a Roma (il nome giusto "sarebbe stato Bertolaso"), ma aggiunge anche: "Se Calenda va al ballottaggio con Gualtieri (Pd) ha buone probabilità di vincere. E al netto delle esuberanze, ha le caratteristiche giuste per amministrare una città complessa come Roma". Scoppia la polemica: "Non è leale", sbottano i fedelissimi del leader, irritati al pari degli alleati della colazione. A stretto giro, Giorgetti puntualizza: "Figuriamoci se sostengo Calenda. Faccio il tifo per i candidati della mia coalizione". Chiaro. Come il progetto – riassunto appunto dalla figura del leader di Azione – che il numero due di Salvini sponsorizza: la collocazione strategica della Lega deve essere al centro, non nella destra del centrodestra.

D’altra parte, nota un parlamentare del Carroccio di lungo corso, "i socialdemocratici in Germania si sono imposti perché Scholz si è presentato con posizioni tutt’altro che barricadere". Per la serie: è il Nord governista che vince, a nessuno sfugge che l’unico che potrebbe farcela nelle grandi città (assieme al sindaco uscente, Roberto Dipiazza, a Trieste) è il civico Paolo Damilano a Torino, neanche a dirlo un moderato, considerato un pupillo del ministro dello Sviluppo.

Allo stesso tempo, lo stratega della Lega cui non fanno difetto freddezza e senso strategico, azzarda uno scenario – sia pure ancora virtuale – per quanto riguarda la partita del Colle che, per inciso, spiega, "farei gestire a Bossi. Il 99% di quello che so lo devo a lui". Con una torsione presidenzialista di fatto, Giorgetti propone Draghi capo dello Stato ("è nell’interesse del Paese"), ovvero un europeista convinto oltre ad essere un moderato, in una versione francesizzata con ampi poteri ("alla De Gaulle") e elezioni nel 2022. La spiegazione è lucida: "Appena arriveranno scelte politicamente sensibili, la coalizione si spaccherà. A gennaio mancherà un anno alle elezioni e Draghi non può sopportare un anno di campagna elettorale permanente". Una data, il 2022, che renderebbe molto probabile se non certa la vittoria della destra: per Salvini avrebbe il pregio di congelare la situazione, evitando sia un’ulteriore erosione di consensi, sia eventuali dispute congressuali. Anche se poi dovrebbe sottostare agli indirizzi del “Presidentissimo“.