Europee, Giorgia Meloni: "Un test per misurare il consenso. Candidarmi? Ci penso"

La premier su Rete 4 annuncia la risposta politica al caso Ferragni: "In Consiglio dei ministri norma per tutelare le raccolte benefiche". E attacca il Superbonus: "La più grande truffa nella storia repubblicana"

La strategia di Giorgia Meloni: "Le Europee, un test per misurare il consenso. Candidarmi? Ci penso"

La strategia di Giorgia Meloni: "Le Europee, un test per misurare il consenso. Candidarmi? Ci penso"

La premier gioca in casa. Costretta dalla raffica di critiche di sinistra e media a replicare, si rassegna ma a patto di farlo dalle sede più amichevole che si possa immaginare. Rilassata, si presenta nella trasmissione di punta di Rete 4 il lunedì sera, Quarta Repubblica, e dà la sua versione, ripetendo spesso quanto detto nella conferenzona stampa di inizio anno.

Con qualche precisazione: sul caso Ferragni, per esempio. Giura di essere tanto dispiaciuta perché qualcuno, non sia mai, l’ha letta "come uno scontro". Se c’è una critica era, casomai, rivolta alla solita sinistra, che "si è sbracciata come se avessi attaccato Che Guevara". Però, già che ci siamo, giovedì il Consiglio dei ministri varerà una norma "per la trasparenza delle attività commerciali che hanno anche uno scopo benefico". Perché la vicenda ha evidenziato che "un buco effettivamente c’è". Così, il governo discuterà un decreto o più probabilmente un disegno di legge per cui "sulla confezione di quello che vendi devi specificare a chi vanno le risorse, per cosa vanno e quanta parte viene effettivamente destinato a scopo benefico". Quello che, secondo l’Antitrust, mancava sull’incarto del dolce dell’influencer.

L’intervistatore, Nicola Porro, le alza le palle giuste per la schiacciata. Che dire del caso Degni, il magistrato della Corte dei conti che si augurava l’esercizio provvisorio? "Mi stupisce che Schlein non abbia detto una parola. Certo, lei non c’era ancora, ma sempre Pd era: a me chiedono conto di quello che a fatto Mussolini e al Pd non si può chiedere conto di ciò che ha fatto un anno fa?". Lo show ha uno scopo solo: rispondere alle critiche senza entrare nel merito, ma distribuendo schiaffi al partito di Elly e ai media ostili. Il teatro di Roma, per esempio: "Io non ne sapevo niente, ma il solo scandalo è che il neo direttore generale Luca De Fusco non ha in tasca la tessera del Pd". Pausa. E poi: "Il mondo in cui per le nomine pubbliche la tessera del Pd faceva punteggio è finito. Anzi: "Fi-ni-to". E poi i complotti, quelli di cui aveva parlato all’inizio di gennaio, sibillina e allusiva: ma è la solita sinistra, no? "Chi vuole dare le carte? Adesso nessuno, le dò io le carte. L’Italia è la Nazione in cui vige l’amichettismo, ci sono questi circoli di amichettisti dove ti iscrivi e cerchi di diventare parte degli amichettismi". Sottolinea: "Quel tempo non esiste più: questo è il tempo del merito".

Per non parlare del giornale che l’accusa di vendere l’Italia. "Detto dal quotidiano che è di proprietà di quelli che hanno ceduto la Fiat ai francesi con tanto di trasferimento della sede legale e fiscale, hanno messo in vendita sui siti dell’immobiliare i siti delle nostre storiche aziende: lezioni di tutela dell’italianità da questi pulpiti anche no". Un riferimento tutt’altro che velato agli Elkann, eredi della famiglia Agnelli. Invece, ci tiene a precisare: il piano del governo di privatizzazioni da 20 miliardi di euro in 3 anni "si può fare con serietà", ne è sicura, "senza regali miliardari a imprenditori amici come in passato".

Sulla nota dolente dei rapporti con Salvini si va di corsa: "Smentisco qualsiasi litigio sul piano Mattei e in Sardegna si sta risolvendo". Punto e basta. Il Superbonus? "La truffa peggiore della storia". Addirittura, fa eco Porro: "Proprio così", conferma lei. Certo difendere in toto la riforma del patto di Stabilità è troppo persino per lei. "Con Macron – ammette – si poteva fare di più". E tuttavia, nelle condizioni date "era il miglior compromesso possibile". Parla di politica estera, dal Medio Oriente agli Usa: se alla Casa Bianca dovesse tornare Donald Trump "non posso dire se cambierà la politica estera americana, posso assicurare che la nostra non cambierà".

La domanda chiave, si candiderà alle Europee, resta senza risposta: certo ci terrebbe molto e non lo nasconde. "Così lo scontro tra leader porterebbe la gente a votare, e poi è importante verificare il consenso". Ma ci sono controindicazioni, anche se quelle non le cita e le nasconde dietro il dubbio "che porti via troppo tempo al mio lavoro per l’Italia". Insomma, forse sì e forse no: diciamo "al 50%". Il seguito alle prossime puntate.