Prenderà forma oggi, durante il Consiglio dei ministri di questa mattina, la struttura che dovrà gestire le risorse del Recovery Fund. Nel concreto, il governo si eserciterà sul quadro d’insieme del Recovery Plan, ma nessun accenno verrà fatto ai profili dei sei ‘top manager’ che poi dovranno gestire, in concreto, i fondi. Ed è questo uno dei nodi che attanaglia davvero la maggioranza: chi gestirà, alla fine? Formalmente, i partiti si accapigliano sul Mes, un voto che lascerà senza dubbio cicatrici ancora più profonde dentro il M5s, senza però intaccare le attese sulla ‘cabina...

Prenderà forma oggi, durante il Consiglio dei ministri di questa mattina, la struttura che dovrà gestire le risorse del Recovery Fund. Nel concreto, il governo si eserciterà sul quadro d’insieme del Recovery Plan, ma nessun accenno verrà fatto ai profili dei sei ‘top manager’ che poi dovranno gestire, in concreto, i fondi.

Ed è questo uno dei nodi che attanaglia davvero la maggioranza: chi gestirà, alla fine? Formalmente, i partiti si accapigliano sul Mes, un voto che lascerà senza dubbio cicatrici ancora più profonde dentro il M5s, senza però intaccare le attese sulla ‘cabina di regia’ del Recovery e sugli uomini che ne faranno parte. Un tema fin troppo delicato, soprattutto per Pd e Iv, per non imporre cautela al governo che aspetterà l’esito del voto sul Mes, prima di dare l’ok agli appostamenti sui singoli progetti.

"Io sono convinto che la maggioranza sul Mes ci sarà", ha detto ieri il reggente del M5s, Vito Crimi, consapevole della balcanizzazione che attraversa in queste ore il suo partito e dei rischi conseguenti per il voto di mercoledì, ma in fondo fiducioso. "Se qualcuno – ha infatti avvertito – dovesse decidere diversamente, anche nel Pd o in altri partiti, se ne assumerà le proprie responsabilità. Chi oggi decide di non accettare non va contro il capo politico, ma contro una decisione del gruppo parlamentare".

Insomma, chi voterà contro sarà fuori, almeno dal M5s. Un "ricatto", secondo i dissidenti, che, come semplifica il senatore stellato Emanuele Dessì, rende il tutto "molto strumentale e penoso, Davide Casaleggio sta cavalcando questa polemica". Crimi ha comunque precisato: "Siamo contrari all’utilizzo del Mes, è uno strumento obsoleto e non adeguato. Oggi, però, dobbiamo guardare avanti. Questa riforma è un modo per chiudere il capitolo". Già, ma come trovare unità d’intenti nel M5s? Alla fine, pare che i "duri e puri" dovrebbero rimanere 6 su 17 previsti e la maggioranza assestarsi, complice qualche assenza, da 160 a 162. Crimi ha poi svelato ancora che da ieri "60 parlamentari del M5s stanno lavorando alla risoluzione", e lo faranno fino all’ultimo minuto utile. Da quel documento, se condiviso col resto della maggioranza, passerà non solo il futuro del governo ma – soprattutto per Crimi – la sopravvivenza unitaria del M5s. La fronda, vicina ad Alessandro Di Battista e Davide Casaleggio, non molla.

Anche il sottosegretario alla Difesa, Angelo Tofalo, secondo voci interne al M5s, sarebbe entrato nei dissidenti, convinto di finire nel tritacarne del rimpasto di governo; mentre c’è anche chi sostiene che, dopo il voto sul Mes, il gruppo cercherà di impallinare il secondo decreto Calabria, regista dell’operazione Nicola Morra.

Dentro quel voto per il Mes, dunque, passeranno molte cose. Fin troppe. Sintetizza così Matteo Salvini: "Non sarà un voto pro o contro il governo, ma un voto pro o contro un futuro libero per l’Italia. Della tenuta del governo ci occuperemo più avanti".