Domenica 26 Maggio 2024
SIMONE ARMINIO
Politica

Europee, l’incubo dei candidati: la strada per Strasburgo è lastricata di preferenze. Il segreto? Farsi conoscere

Ogni aspirante europarlamentare lo sa: per essere eletto non basta essere votato solo a casa propria. Le circoscrizioni sono giganti e per percorrerle servono molte risorse. Fondamentale il ruolo dei media

Roma, 1 maggio 2024 – Inutile negarlo: la mossa di Giorgia Meloni (presentarsi col nome di battesimo), o quella di Roberto Vannacci (che medita di inserire dopo il suo nome un ‘detto il generale’) affascina segretamente molti candidati alle Europee. Perché l’idea di un escamotage, un ‘boost’ – volgarmente detta spintarella – che moltiplichi le preferenze è il sogno di molti aspiranti europarlamentari. Viceversa l’incubo: andare su e giù come una pallina da flipper per costruire dal basso, scheda dopo scheda, un montepremi di preferenze che alla partenza sembra è insormontabile.

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“È come scalare l’Everest, la metafora non è esagerata", dice sottovoce un europarlamentare uscente. "Meglio le Regionali". Il nome? "Non scriverlo: ci sono ancora poche ore per chiudere le liste e non vorrei che cambiassero idea", ci scherza su, ma neanche troppo. Sono le Europee. Una gigantesca elezione locale, visto che si viene eletti con le preferenze come alle Comunali, ma in circoscrizioni gigantesche, immense, sterminate. "Siamo l’unico Paese tra i grandi che per Strasburgo chiede agli elettori di scrivere un nome sulla scheda – chiarisce il costituzionalista ed ex parlamentare Pd Stefano Ceccanti –. In Francia, in Spagna, ci sono i listini bloccati. Gli europarlamentari vengono scelti per competenza, non per la capacità, improponibile, di guadagnare preferenze nell’arco di migliaia di chilometri quadrati". Questo, ragiona Ceccanti, "spiega il grande spazio dato in lista ai volti tv, agli sportivi, alle celebrità". Personaggi capaci di farsi votare senza sforzi ad Aosta come a Cremona, se ti candidi a Nord-Est, o a Trapani quanto a Bari, se sei in lista al Sud.

Una sfida paragonabile al Tour de France. Anzi, alla famigerata combo dei campionissimi: Giro d’Italia e Tour de France nello stesso anno. In cui il primo è rappresentato dalla sfida nel proprio territorio, dove la gente ti conosce ma, detto ciò, va comunque convinta a scrivere il tuo nome sulla scheda. E dunque via coi manifesti nei quartieri, i ‘santini’ sui banconi dei negozi, le pubblicità sui quotidiani presenti nei territori, le dichiarazioni su tutto ciò che accade in città, l’iperpresenza sui social. Il ruolo dei media è fondamentale in questa corsa. Il secondo, il Tour de France, equivale riproporre lo stesso schema ma in terra straniera, vincendo le diffidenze di territori e campanili differenti, scendendo a patti con i protettorati del tuo stesso partito che sperò spingono il candidato locale. Sono tutti consci che la vera sfida alle Europee spesso si vinca proprio sul fattore ‘Tour de France’, ovvero su quanto riesci a fare fuori casa, ai confini di una circoscrizione che, va detto, è sconfinata.

Prendiamo la Nord-Est, che comprende Emilia-Romagna, Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia. In quei casi puoi avere la fortuna di essere Herbert Dorfmann, europarlamentare della Südtiroler Volkspartei nel 2014 fu eletto con 93.957 preferenze, ma delle quali ben 70.291 nella sola provincia di Bolzano. Oppure ti tocca fare come Alessandra Moretti, Pd, vicesindaca di Vicenza, poi deputata, che in quello stesso anno, dopo una campagna ubiqua risultò la più votata del Nord Est con 230.188 preferenze, ovvero il doppio degli abitanti di Vicenza, posto che tutti fossero votanti e suoi elettori.

E dunque, sì, per farsi eleggere serve pensarsi una pallina da flipper, e andare di città in città, di paese in paese, il più delle volte a spese proprie. Già, le spese. Per le Europee la legge fissa il limite per candidato in 52mila euro per circoscrizione, a cui vanno aggiunti 0,01 euro per ogni residente. In Nord-Ovest, oltre 15 milioni di abitanti, il tetto di spesa per i candidati è dunque pari a 210mila euro. Ci sono gli sponsor, certo, le cene di finanziamento, i sostenitori, sempre più raramente il partito. Ma il resto è un investimento personale. Fatto col miraggio dei 7.655 euro mensili di stipendio più 4.950 euro per le spese, 350 euro di gettone a presenza, più altri rimborsi. Ma con l’incubo di una montagna di debiti da ripagare se malauguratamente non si venisse eletti.

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