Operaio al lavoro alla Whirpool (Imagoeconomica)
Operaio al lavoro alla Whirpool (Imagoeconomica)

Roma, 11 settembre 2019 - C'è chi lo dice apertamente, come Maurizio Landini e Pier Luigi Bersani. E chi lo racconta più dietro le quinte. Una cosa è, però, certa. Il Jobs Act e, dunque, l’Articolo 18, sono nel mirino della nuova maggioranza e del nuovo governo giallorosso. E se è vero che nel programma, al capitolo lavoro, sono indicati il salario minimo e il taglio del cuneo fiscale – di ritorno al vecchio articolo 18 non si parla – è altrettanto vero che tutti i 5 Stelle, Leu e ampi settori del Pd zingarettiano sono favorevoli da sempre a rimettere in discussione la riforma di Matteo Renzi del 2015. In realtà, poiché lo stesso ex leader del Nazareno è uno degli azionisti della nuova alleanza, è verosimile che, forte dei numeri nei gruppi parlamentari Pd di Camera e Senato, farà resistenza a interventi sulla sua legge più significativa. Ma dentro la maggioranza si raccolgono più voci sulla possibilità di riuscire nell’impresa. Per cominciare, si sottolinea come la forza sociale più vicina a questo governo sia certamente la Cgil, che non ha mai rinunciato alla battaglia contro il Jobs Act e che, al suo interno, rappresenta tutte e tre le anime ora al timone del Paese: con dirigenti vicini al M5s, altri legati a LeU e al Pd, e con una base ancora legata ai dem tanto più nella versione zingarettiana.

E' solo di qualche giorno fa, del resto, l’ultima indicazione del segretario Cgil, Landini: "Chiediamo di rimettere mano al Jobs Act cambiando completamente impostazione, dando attuazione alla proposta di legge di iniziativa popolare che abbiamo presentato in Parlamento con oltre un milione e mezzo di firme che disegna un nuovo Statuto dei lavoratori, con il ripristino dell’articolo 18 e la sua estensione, per allargare i diritti a tutte le forme di lavoro".

Il nuovo ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, è stata una delle più battagliere avversarie della riforma renziana nella scorsa legislatura. E ieri ci ha tenuto a far sapere di non aver cambiato idea, come le è stato attribuito in un’intervista. Bersani, Speranza, la sinistra degli altri cespugli che appoggiano il governo non fanno mistero, anzi, di voler agire per cambiare le regole sui licenziamenti.

Secondo più di un addetto ai lavori, d’altra parte, le occasioni e le possibilità per farlo, senza parlare apertamente di smantellamento del Jobs Act, non mancano. In agosto, infatti, il Tribunale di Milano ha sollevato un dubbio di legittimità sull’esclusione del reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento collettivo, con rinvio alla Corte di Giustizia Ue della norma su questa materia contenuta nel Jobs Act. Ebbene, per evitare incertezze, il governo potrebbe agire con un intervento ad hoc sui licenziamenti collettivi, ripristinando il vecchio regime. Stesso discorso per i licenziamenti individuali. In questa materia, la Corte costituzionale ha già scardinato uno dei principi del superamento del vecchio Articolo 18, considerando illegittima l’applicazione meccanica e automatica del calcolo della indennità dovuta al lavoratore ingiustamente licenziato, nonostante il raddoppio della stessa operato dal decreto Dignità targato Di Maio. La decisione ultima dell’importo spetta al giudice, senza vincoli massimi o minimi, anche se almeno fino a oggi i limiti costituiscono comunque un parametro. Per tornare indietro fino in fondo, a questo punto, basterebbe, però, una semplice norma che cancelli il riferimento alle indennità. Non ci vorrà molto, secondo fonti beninformate.