Giulio Andreotti con la figlia Serena
Giulio Andreotti con la figlia Serena

Roma, 12 gennaio 2019 - Diciamoci la verità. Di fronte al nanismo politico dei protagonisti di adesso e al cialtronismo diventato moneta di scambio del dibattito pubblico, a parlare di gente come Giulio Andreotti viene la pelle d’oca. Lunedì prossimo Andreotti avrebbe compiuto cento anni. Lui, il divo o Belzebù a seconda dei punti di vista, per tutti comunque un gigante. Difficile non rimpiangere personaggi di quella stazza.

Serena Andreotti, che cosa vorrebbe ci fosse scritto di suo padre nei libri di storia che si occuperanno di lui?
«Che si ricordasse il suo impegno per la pace. La politica estera era la cosa che amava di più». 

E nel privato, a casa, chi era Giulio Andreotti?
«Un cristiano, un babbo affettuoso, tenero, viziatore, attento su ciò che facevamo. Anche se lo vedevamo poco».

Quando capitava?
«Ci accompagnava a scuola tutte la mattine, con l’auto di servizio. Lui non guidava».

Lei bambina era imbarazzata dal fatto di arrivare a scuola con l’auto blu?
«Sono nata che mio padre era già ministro e fin quando avevo 14 anni era sempre ministro».

Cambiavano i ministeri.
«È il suo lavoro, dicevo ai miei compagni di scuola».

In casa vivevate i riflessi delle sue vicende politiche?
«No. Come regola non si parlava mai di politica, anche per consentigli di stare sereno. Lui non voleva che sapessimo cose che altri non sapevano. Poi diventati adulti, certo, si discuteva».

Gli avete mai dato consigli?
«Alla fine, ma gli entravano da una parte e gli uscivano dall’altra. Parlava molto con mamma».

Che peso ha avuto Livia Danese nelle scelte di Andreotti?
«Non credo che avesse un’influenza politica in senso stretto, ma un ruolo di sostegno. Quello sì, molto forte. Per babbo la mamma è stata il vero punto di riferimento. L’importante era lei, poi venivamo noi. La famiglia era mamma».

Che parte avete avuto voi figli nei due drammi della seconda parte della vita di Andreotti, il caso Moro e i processi?
«Moro è stato brutto. Quella giornata non la scorderò mai. Un’angoscia pazzesca. Con lui che tornava la sera e diceva ‘se capita a me non dovete fare niente’».

Ricorda le accuse di cinismo che durante il rapimento gli arrivavano, anche nelle stesse lettere di Moro? In certi passaggi molto pesanti contro Andreotti.
«Guardi, l’accusa di cinismo la vedevo smentita ogni giorno dal tormento del babbo. Era il dolore fatto persona. Quella di immobilismo anche: la sera veniva spesso in casa monsignor Pasquale Macchi, segretario del Papa, evidentemente a riferire e avere notizie. E il dramma di quei giorni ci scorreva tutto addosso».

Dopo la morte di Moro, Cossiga andò in depressione, a suo padre che cosa accadde?
«Restò come pietrificato, pensava che potesse accadere anche a lui. L’ho visto piangere, e non gli era mai capitato se non per la morte di qualche familiare intimo».

E invece come viveste la stagione dei processi?
«Un dramma che ci ha accompagnato dal ’93 fino a oggi. La mamma ne è rimasta malata fino alla fine. Non c’è giorno che in casa non parliamo dei processi».

Davate consigli al babbo?
«Per quelli operativi c’erano gli avvocati. Per il resto lo spronavamo a reagire, ma lui diceva che alle accuse e alle querele non si risponde se non in tribunale».

Rammenta la vigilia delle sentenze?
«Avevamo paura, poteva accadere di tutto».

Andreotti è stato assolto due volte ma in ambedue i casi le sentenze lasciano qualche dubbio. Come recepiste queste assoluzioni solo parziali?
«Inizialmente anche a livello di opinione pubblica sono state accolte come assoluzioni. Punto. Poi si è iniziato a fare distinguo, specie dopo il film di Sorrentino che per noi è stato devastante. Io e mio fratello Stefano ci siamo dati da fare per far leggere tutte le motivazioni della sentenza, anche quelle più favorevoli a noi».

Ma il dubbio è rimasto.
«Sì, e avremmo voluto batterci per ottenere una forma di completo scagionamento, di piena innocenza. L’abbiamo detto al babbo, ma lui e la mamma erano stanchi e hanno detto basta. ‘Fermiamoci, va bene così’, fu la risposta».

Come mai una persona così intelligente e accorta come Andreotti non è mai stato sfiorato dal dubbio che la frequentazione con certi personaggi, tipo Lima, potesse essere pericolosa?
«Lui diceva: finché non mi portano delle prove io non posso basarmi sul ‘si dice’. Certamente col senno di poi alcune frequentazioni sono state negative. Era l’appunto che noi gli facevano ai tempi. Il fidarsi di certe persone è stato un errore. Ma in una pluridecennale carriera politica che ci siano stati incontri sbagliati ci sta, è normale. Si ricordano quelli sbagliati, non i tanti giusti».