Il segretario del Pd Nicola Zingaretti  (Ansa)
Il segretario del Pd Nicola Zingaretti (Ansa)

Roma, 16 settembre 2019 - La porta al Nazareno era già aperta. Figurarsi adesso, dopo la proposta di Luigi Di Maio: in nome della diga "anti-Salvini" i democratici sono pronti a tutto. Persino a fare un passo indietro come partito e a mettere in campo una lista di ‘belle figure’ a-politiche da sottoporre al giudizio degli elettori assieme a un candidato-governatore civico scelto d’intesa con i grillini. "Anche in Umbria il confronto può andare avanti", dice il segretario Zingaretti. "Possiamo iniziare un percorso", ribadisce il ministro dei beni culturali, Franceschini. "È un’intesa che si può praticare", rilancia il commissario umbro Verini. 
Il motivo è chiaro: l’unica chance di giocarsi la partita con il centrodestra a trazione leghista è quella di fare squadra con il M5s. Che non significa garanzia di vittoria ma almeno il tentativo di vendere cara la pelle: è noto a tutti che un risultato negativo potrebbe riverberarsi sull’Emilia-Romagna, chiamata al voto subito dopo. Ecco perché pure da Leu arrivano applausi: "È la strada giusta", scandiscono in coro Fratoianni e Speranza.

La via della collaborazione con gli alleati di governo è condivisa ma è piena di insidie. Al netto delle note perplessità dei renziani, l’idea di riprodurre su larga scala il modello umbro suscita una serie di interrogativi anche ai piani alti del Pd. Dove si predica cautela a considerare la regione un "laboratorio" per il futuro, nell’attesa di capire tutti gli aspetti della proposta. 
"Di Maio non ci ha ficcato un dito nell’occhio ma ha messo sul tavolo un’ipotesi di lavoro su cui ragionare", avvertono. L’alleanza civica illustrata al nostro giornale prevede infatti che i democratici anneghino la propria identità in un listone comune. Il capo politico pentastellato lancia questa proposta per due ordini di fattori: da un lato, deve mostrare di rispettare lo Statuto che non prevede alleanze con altri partiti bensì con liste civiche. E dall’altro, non gli interessa contarsi in una regione in cui il Movimento non è fortissimo. Per quanto il sacrificio di mettere tra parentesi il simbolo sia pesante Zingaretti & co. possono accettare di farlo in Umbria, dove il partito è sotto botta da tempo. "È un formula che può rilanciare la regione", riconosce la senatrice renziana Nadia Ginetti. Che però aggiunge: "Ma certo non sarebbe riproponibile altrove, ad esempio in Emilia-Romagna". E non è l’unica a invocare cautela: "In Emilia Bonaccini è e resta il nostro candidato – sottolinea il vicesegretario del Pd, Orlando – il patto civico è una base, ma va verificato caso per caso". 

Vero è che Franceschini – che ha aperto ai 5 Stelle quando ancora c’era la maggioranza giallo-verde – fa un balzo avanti: "Se da un governo contro si passerà a un governo per e se governeremo bene, potremo pensare di farla diventare un’alleanza elettorale". Lui pure, però, precisa di puntare a un’alleanza "tra un centrosinistra organizzato intorno al Pd e i Cinquestelle", non certo di voler assorbire "M5s nel centrosinistra". 
Il nodo è questo: le prospettive future del patto per l’Umbria. Perché un conto è una trovata ingegnosa per vincere un’elezione complicatissima. Un conto invece è mescolarsi in un magma indistinto con il Movimento. 
Consapevole degli strascichi che potrebbe avere la sconfitta della strana coppia M5s-Pd in Umbria, Zingaretti mette i puntini sulle "i": "Il metodo giusto è quello che si sta seguendo: l’avvicinamento Pd-M5s va incoraggiato ma non ci può essere nessuna imposizione di modelli calati dall’alto ai territori". 
È soddisfatto che Di Maio abbia raccolto il segnale lanciato dal suo partito nei giorni scorsi, però vuole vedere le carte: "La sua è un’apertura al confronto, ma va precisata". Dietro l’Umbria si intravedono le sagome non solo di una serie di regioni che andranno nei prossimi mesi al voto, pure quella di Roma. Ci sono le condizioni per gettare le basi di un’alleanza duratura che non passi attraverso la ‘morte’ del Pd? Questo è tutto da vedere.