Le urne hanno parlato. E a livello referendario hanno fornito una risposta, più che democratica, populista: una risposta emozionale, dinamica, acritica (oggi si direbbe 'di pancia') al reiterato battage sui parlamentari in numero eccessivo e dotati di preparazione e di onestà al contrario carenti. Ma il taglio numerico delle élites mediane, che non tocca quelle situate a un piano superiore che scegliendo i nomi degli eleggibili disegnano il Parlamento, sa tanto di lavoro lasciato a mezzo. Manca una nuova e risanatrice legge elettorale. Il risultato del referendum, così com’è, si limita a delegittimare la rappresentatività del Parlamento attuale (o, piuttosto, residuale) e ad accelerare il cammino verso le elezioni anticipate. Il responso elettorale delle sei Regioni ha invece fornito un diverso quadro: ancora una volta problematico per la ‘democrazia’ o quel che così...

Le urne hanno parlato. E a livello referendario hanno fornito una risposta, più che democratica, populista: una risposta emozionale, dinamica, acritica (oggi si direbbe 'di pancia') al reiterato battage sui parlamentari in numero eccessivo e dotati di preparazione e di onestà al contrario carenti. Ma il taglio numerico delle élites mediane, che non tocca quelle situate a un piano superiore che scegliendo i nomi degli eleggibili disegnano il Parlamento, sa tanto di lavoro lasciato a mezzo. Manca una nuova e risanatrice legge elettorale. Il risultato del referendum, così com’è, si limita a delegittimare la rappresentatività del Parlamento attuale (o, piuttosto, residuale) e ad accelerare il cammino verso le elezioni anticipate.

Il responso elettorale delle sei Regioni ha invece fornito un diverso quadro: ancora una volta problematico per la ‘democrazia’ o quel che così siamo abituati a chiamarla. Il vero vincitore di questa competizione è il caudillismo. Secondo una legge sociostorica ben nota, in tempi di debolezza o di frammentazione dei poteri centrali sorgono localmente poteri meno estesi ma più forti e incisivi: trionfano gli 'uomini forti'. Fra III e V secolo, a un’autorità amministrativa e burocratica centrale indebolita risposero, sostituendola, prima generali idolatrati dalle loro legioni e quindi capi barbarici. Fra IX e XI secolo, alle istituzioni regie indebolite e poco efficienti si sostituirono i principi-guerrieri (che talora erano vescovi-guerrieri) del sistema che si continua a definire – impropriamente – 'feudale'.

I paragoni, specie quelli storici, notoriamente non calzano mai. Eppure esistono, specie nella storia dell’Italia medievale, situazioni ed episodi che sembrano fatti apposta per richiamare il presente. A volte più ’mitici’ – per non dire inventati – che non reali. Pensiamo solo al vecchio Alberto da Giussano, una firma tra le tante apposta al celebre giuramento di Pontida divenuto eroe dei milanesi grazie alla fertile fantasia degli scrittori lombardi del Risorgimento e, infine, confermato nella sua gloria fittizia dal celebre monumento legnanese del Butti, poi ripreso dalla fabbrica di biciclette Bianchi e al quale il Carducci dette voce poetica destinata a risonare a lungo sui banchi delle scuole medie.

Ma lì, nell’immaginazione patriottica risorgimentale, c’era da sconfiggere un Federico Barbarossa non solo prototipo della tirannide straniera, bensì sostenitore di un centralismo oppressivo contro le 'libertà' comunali. L’ironia della storia sta nel fatto che il centralismo imperiale venne sentito, nel nostro Ottocento, come reazionario, e quindi rivoluzionari i Comuni, mentre nel XII secolo era proprio vero il contrario: era il Barbarossa che faceva un uso nuovo e rivoluzionario dell’antico, dimenticato impero romano per costruire un tipo di Stato nuovo, capace di battere il particolarismo feudale. Ma talvolta le istanze centrifughe erano davvero innovatrici: pensiamo ai grandi principi italiani del Trecento – a Cangrande della Scala o a Giangaleazzo Visconti – che del loro ruolo di 'vicari imperiali' si avvalsero addirittura per proporre in modo fin troppo lungimirante una futura unità d’Italia.

Oggi, nelle regioni poco o nulla fiduciose del governo di Roma, si affermano i nuovi feudatari: l’abile e benvoluto Zaia, l’energico e imprevedibile De Luca, il pur chiacchierato Emiliano. Leader che hanno trionfato anche grazie al voto disgiunto, dimostrando ancora una volta fra l’altro – se e pur ce n’era bisogno – che, nei confronti delle formazioni partitiche dell’attuale quadro politico, la gente oscilla fra diffidenza e disprezzo. A quest’ora è arrivata la notte, come direbbe il Galileo di Brecht. E laddove hanno avuto la meglio leader di pur scarso carisma, come – si è detto – in Toscana o nelle Marche, ha quanto meno prevalso il principio del ’male minore’.

Ma purtroppo il diavolo non dorme mai. E qualche suo emissario lavora anche nei media. Come quei diavoletti influencer e opinion maker che, a proposito delle simpatie leaderistiche e delle opzioni decisionistiche manifestate dagli italiani stanchi di malapolitica e in cerca dell’uomo 'giusto', hanno insinuato che l’Italia sia una repubblica antifascista fondata sul ducismo: non certo sulle nostalgie mussoliniane, cioè, ma quanto meno sulla fiducia del mascellone di turno in grado di sistemare le cose. Malevole, diaboliche calunnie, senza dubbio: e tuttavia…